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AGGIORNAMENTO DEL :01/04/2005, 18.47.22 - Storie dell'altro calcio...

Giuseppe Chiappella, detto "Beppe", è stato uno dei pilastri della Fiorentina del primo scudetto e da calciatore non era certo una "mammoletta".
Gianni Brera (neanche lui definibile una "mammoletta") ha raccontato una volta questo aneddoto che ho sentito in una TV privata ripetere anche dalla viva voce di Beppe.
"Giocavamo" - racconta Chiappella -" in Germania, a Stoccarda mi pare, contro la squadra che aveva battuto sorprendentemente la Grande Ungheria e conquistato i Mondiali in Svizzera.
Eravamo un po' impauriti, quasi tutti esordienti ed era un brutto momento per il nostro calcio.
Una sconfitta, magari pesante, contro i Campioni del Mondo poteva diventare gravissima per la Federazione e per noi giovani che arrivavamo in Nazionale.
Con me, in mediana si diceva allora, giocavano altri due giovani, Ferrario (detto "Mobiglia" perchè era grosso come un armadio quattro stagioni) ed il granata Moltrasio.
Prima che battessero al centro proprio "Mobiglia" si voltò verso me, Moltrasio e Magnini e ci disse : "Ragazzi, sia chiaro oggi tiriamo giù tutto quello che spunta più di mezzo metro dall'erba !" . Vincemmo due a uno : gol di Frignani e Pivatelli, un esordiente."
E come andò ai tedeschi ? Chiappella non lo ha raccontato, ma io penso che andò male perchè alti com'erano sporgevano tutti ben più di mezzo metro dall'erba e gente come Ferrario, Magnini e Chiappella erano gente di parola.

AGGIORNAMENTO DEL :30/03/2005, 18.43.25 - Stan Mortensen alla Dossenina
La domenica del Guerriero di Andrea Maietti


Un gol alla Mortensen


Zambrotaxi è troppo giovane per aver sentito parlare di Mortensen: un nome danese per l'attaccante inglese che, nel 1949, segnò il primo dei quattro gol con cui l'Inghilterra a Torino stese la Nazionale italiana. Un tiro d'esterno che pareva un cross sbagliato, e che invece ad effetto sorvolò l'attonito Bacigalupo. E' accaduto al 20' della ripresa, quando il Guerriero aveva ormai rinfoderato il suo implacabile Excalibur, dopo il gol di Nembonick ( incornata tonante), il raddoppio di Mini con superbo a-volo sinistro dal limite su appoggio rasoterra di San Rosso, propiziatore anche del rigore per il 3-0 dello stesso Mini. Scende dunque Zmbrotaxi a tutta manetta: tutti ci aspettiamo il cross col piede sinistro (che è quasi "di dio"); invece lui mette l'esterno destro; la palla s'incapriccia a irridente virgola che lascia Bombelli mascherpato ("restà cume quel de la Mascherpa") come Bacigalupo. Alla Dossenina Zambtrotaxi ha un precedente illustre: il gol del cavalier Giulini. Racconta lui: "Si giocava in B, avversaria l'Alessandria. Il nostro centromediano, Meneghello (ex-Inter) lanciò lungo in diagonale sull'ala. La palla era veloce e stava per uscire. Ci arrivai coi denti, appena in tempo per mettere in mezzo un cross alla come-viene. L'esperto portiere alessandrino Roggero era uscito dai pali per intervenire sull'unica traiettoria pensabile da quella mia posizione. Invece la palla, nell'impatto assolutamente fortuito con il mio esterno destro, prese effetto e fece sberleffo in gol. La Dossenina esplose, i compagni mi ammaccarono di abbracci. Solo Roggero aveva capito. Appena gli arrivai nei pressi in una azione successiva, mi guardò torvo e mi disse: " così giovane e già ti hanno rotto…" quel che non posso dire. Con quel gol avevo semplicemente anticipato Mortensen di sette anni.
Un affettuoso appunto a Sigfrido, cui Cerezo chiede di uscire alla mezzora della ripresa per uno scampolo di gioco da regalare al giovane Dragoni. Il principe dei guerrieri esce correndo, saluta Dragoni, e sempre correndo tira verso la doccia, evitando il saluto alla panchina. La Dossenina l'applaude comunque, come merita la sua bella vocazione a "portar la croce" , conservando la forza di "cantare".
E un saluto a Tarcisio Morassutti, che dice addio all'osteria. Non senza un filo di magone, perché è bastato un anno a farcelo sentire uno dei nostri per sempre. Mi è venuto di chiamarlo Tarcisio, come il giovinetto martire cristiano, per la sua commovente abnegazione. Tarcisio, ma anche marathon-man, un campione rubato alla leale lotta del rugby, un cavaliere della tavola rotonda, senza macchia e senza paura. Quest'anno lo abbiamo visto un poco immalinconito, come se un pensiero oscuro lo trapanasse. Fossi un mio alunno, Tarcisio, non ti forzerei a confidarmi il tuo cruccio (ammesso che si possano cogliere anche i crucci segreti dagli amati gradoni dell'osteria). Ti proporrei semplicemente la conclusione contadina (di Cècu, el pueta), che la vita scivola via verso il suo porto nel paese di Nonsodove, "tra un nigul e un ragg de sul". E la Dossenina non potrà dimenticare la prima di campionato contro la Gallaratese, la prima sinfonia di questo Guerriero, capace di maneggiare la spada ( il suo Excalibur) come il più suadente dei liuti. E il tuo gol del 3-1. La rifinitura di Mini e il tuo controllo al vertice destro dell'area sui cui guarda la tribuna Cavalli. Il difensore saltato con un pallonetto soffice come il velluto, e l'a-volo schioccante al ricader della palla. Un cometa che ha infranto tutto il suo bagliore nell'angolo alto alla destra del portiere. Buona fortuna, Tarcisio. Alla tavola rotonda della Dossenina un posto resterà vuoto in attesa, chissà mai?, del tuo ritorno.

AGGIORNAMENTO DEL :28/03/2005, 18.53.21 - L'uomo che aveva sonno
torno a pubblicare queste poche righe perchè ho avuto notizia che in questi giorni la città di rieti dopo averne manifestato l'intenzione ha pensato di passare alle vie di fatto e di dedicare il proprio stadio alla memoria di Manlio Scopigno
Non sarà il Maracanà e neppure San Siro, ma Manlio Scopigno, uomo misurato, saprà accontentarsi di certo.

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Ci sono personaggi ingiustamente accantonati, non tanto dalla storia o dalla cronaca, quanto da un'incomprensibile indifferenza del pubblico indotta dai media.
Avviene in tutti i campi, dallo spettacolo, alla televisione, dal mondo della canzone a quello del cinema, dalla letteratura alla scienza ed, ovviamente, allo sport.
Nel calcio il "caso" più eclatante, l'uomo che più che bistrattato, ad un certo punto, semplicemente (e terribilmente aggiungo) "non è stato più trattato", è stato senz'altro Manlio Scopigno e credo di poter dire che sia stato anche il "meno capito" sia durante la sua carriera, che dopo.
Non so perché sia accaduto, non me lo so spiegare, non penso che possa neppure oggettivamente spiegarmelo : i miei ricordi di lui sono quelli di un bambino, sono quelli dell' "allenatore di Gigi Riva", del mio idolo, di "Rombo di tuono"
Poi, da grande, ricercando, ho trovato l'uomo che non è stato tanto "colui che ha vinto lo scudetto del Cagliari di Riva", quanto l'uomo "che ha costruito il Cagliari di Riva".
E non è la stessa cosa.
Tutt'altro.
Era un "diverso", così lo percepivo da bambino.
Mi affascinava.
Così strana quella sua faccia asimmetrica, quel suo modo di parlare, di guardare "attraverso" le cose, di sdrammatizzare il "rito", di svelare che il calcio restava un gioco, difficile, bello, ma solo un gioco.
Mi ricordo le interviste, brevi, sempre, ma sempre incisive .
Non era Scopigno uno che si parlava addosso, né quando vinceva, né quando perdeva, né negli splendidi anni di Cagliari, né nelle tristi domeniche di Roma.
Quello scudetto del '72 ! Perso per un pelo, in una partita a Torino decisiva e persa.
Poi l'addio all'isola dei sogni ed alla squadra che più mi ha fatto (e lo confesso mi fa ancora) sognare, forse l'ultima grande utopia del calcio non ancora mediatico e lontano da essere sinergico.
Lello Bersani, la sera della festa dello scudetto alla DS, gli chiese a bruciapelo :- "Chi è Scopigno ?"
"Ora come ora "- rispose lui - "uno che ha sonno…"
Basta questo a ricordarmelo.
Non so perché nessuno gli abbia dedicato un pensiero, una canzone, uno stadio.
Se lo sono voluto dimenticare.
Gli restano i suoi "ragazzi" : Martiradonna, che non aveva il nome giusto per giocare in Nazionale, Niccolai, che mai avrebbe dovuto giocare "via satellite", Domenghini che ho visto con gli occhi lucidi ricordare come andasse in campo "a correre per lui".
Sono loro il suo tesoro, la sua eredità.
Te ne accorgi dalle parole commosse che trovi nelle interviste su Internet, dai ricordi raccontati a bassa voce e con gli occhi umidi, dai silenzi, dalle foto ingiallite che vedi ancora oggi nei bar dei paesini della Barbagia, dai tanti tifosi quarantenni del Cagliari che trovi in Toscana, ed ai quali ho modestamente dedicato il mio ricordo su quella squadra e quella impresa.
Pupi Avati ha fatto un film, che mi è piaciuto molto, intitolato "I Cavalieri che fecero l'impresa", mi piacerebbe rubare questo titolo e usarlo per un revival più corposo su quell'epopea.
Per me, calcisticamente parlando, "I Cavalieri che fecero l'impresa" si chiamano : Albertosi, Martiradonna, Zignoli, Cera , Niccolai, Nenè, Domenghini, Brugnera, Gori, Greatti, Riva, Poli, Tomasini, Nastasio , Mancin e li guidava un saggio che seppe mischiare fuoco e acqua e forgiare una squadra della quale ancora oggi ci meravigliamo e che con il suo ricordo e la sua leggenda ci rammenta che le favole un tempo sono diventate realtà e ci fa sperare che, almeno nel calcio, lo possano diventare ancora.

AGGIORNAMENTO DEL :26/12/2004, 16.56.48 - L'osteria della Dossenina di Andrea Maietti
Andrea mi ha parlato spesso della magìa della Dossenina "Uno stadio come lo vorrebbe Umberto Saba..." - è solito dirmi nelle rare telefonate che riusciamo a scambiarci.
Da un po' di tempo mi ha parlato anche del Fanfulla, la squadra di Lodi, che sta facendo miracoli polverizzando record su record.

"Tocca ferro !" Andrea, non è mai bene celebrare, ma è bello far conoscere queste imprese che altrimenti restano "sotto traccia".
Sulla "Dossenina" e sull'inquilino Fanfulla mi ha anche inviato un pezzo che, volentieri, pubblico.





Per vinum ad caelum


Buon Natale, Dossenina. Tira aria di neve, aria di "tredicesima partita". Si è difatti in pochi oggi alla football inn di Lodi: "Intirizziti, uniti, come ultimi uomini su un monte…". Con il patema sottile di un sortilegio da spezzare. Entrano le squadre e la contrapposizione bianconero( Fanfulla-Lodi) -rossonero ( Verbano-Varese) riporta con un brivido alla partitissima di ieri sera. Pensare come la Juve ha patito il Milan ci fa toccare ferro. All'incrocio della gradinata est con quella sud dei popolari un furgone con maxi-schermo ad imitazione della massima serie. "Ohé, indùe sem, a San Sir?". No, per fortuna siamo semplicemente alla Dossenina di Lodi, dove vorremmo piantare una tenda fino alla consumazione del tempo e dello spazio che ci è toccato in sorte. Si comincia e subito il sortilegio pare spezzato. Di Zambro-taxi la battuta dalla bandierina, di Jukan Aleksic il piatto destro a-volo che infila l'angolino basso alla destra dell'allegro Frigerio. Sulle cosiddette ali dell'entusiasmo i nostri dovrebbero chiudere il conto. Le occasioni fioccano, soprattutto per Jukan, che sembra fin troppo preoccupato di essere ri-battezzato " fasso-tuto-mì", come un qualsiasi venessian del lèla. Così il secondo gol non arriva. Arriva invece il pareggio da parte dell'insidioso centravanti Clerino, crapa pelada, dotato di scatto da aspide: il suo pallonetto a scavalcare Ghizzinardi ci scende dentro e risale con acidi riflussi esofagei. La disposizione della difesa nostra meriterebbe insulti pari a quella manciniana, se non intervenisse la considerazione ( buona anche per Mancini) che una difesa fa bella o grama figura, anche a seconda della trincea del centro campo. Oggi sui bastioni manca lo spadone di Sigfrido; manca la saggezza di Zio-Barba; mancano soprattutto le sgroppate "em bycicleta" di San Rosso. Che c'entra Rossini con la difesa? C'entra, eccome, fratelli di Laus. La sua sola presenza terrorizza gli avversari, che si guardano bene dall' azzardo di puntate offensive. E come dicevano i vecchi saggi ( Liedholm, Boskov, Pesaola): "più noi teniamo pallone, meno avversari possono fare male". Ci si avvia verso l'intervallo e si prospetta un secondo tempo di recrudescenze colitiche. 43' Mini prova l'impossibile su punizione dai trenta metri: palla infngarda: non ci arriva Frigerio, che - per sollievo nostro - si tuffa con allegro ritardo. Ghizzinardi viene d'acchito battezzato D'Artagnan per una sua bullesca uscita fuori area con dribbling a pescare l'avversario accorso al pressing. Poco dopo, l'episodio decisivo della partita. Esce D'Aartagnan ad abbrancare la palla al limite dell'area: leggera collisione con Clerino-crapa-pelada. Forse se ne dicono di irriferibili, perché crapa-pelada perde letteralmente la crapa, assestandola a corna spianate sullo zigomo sinistro di D'Artagnan,che stramazza e poi si rialza a denunciare il misfatto. L'arbitro non lo sente. Sente invece la furibonda indignazione di Charlie, the one and only speaker di vent'anni di assidua osteria: "Fuori, fuori!". Tutta la Dossenina fa coro all'unisono, tanto da convincere l'arbitro a consultare il guardalinee: composta interessata ovazione al cartellino rosso per crapa pelada. Sarà grande sofferenza, comunque, per tutto il secondo tempo, anche perché si fa male Jukan, inzuccando da guerriero senza paura, la zucca ferro-bozzuta del centromediano ospite. D'Artagnan può guadagnarsi la pagella di migliore in campo, salvando all'ultimo minuto su un tiraccio ravvicinato per involontario trafelato assist del cireneo Morassutti, ubriaco di 90 minuti di "corri-forca-impicca". Il sole che calando ride dietro la Collada (nostro domestico Resegone) dice che è finita. Si esce alla spicciolata, barattando saluti venati di malinconia: l'osteria riaprirà solo a mezzo gennaio. " Mama, che suferensa!", ansima un proto-tifoso. " Se ghe vör anca quela!", ribatte un altro. Già: "L'amore come la rosa - diceva il poeta - con la spina si sposa". Il poeta si chiamava Cèch-ciuch. A lui devo un ben più folgorante motto d'osteria: "Per vinum ad caelum". Eh, sì, quando era in cìmbali, el Cèch-ciuch parlava latino come neanche un monsignore.


AGGIORNAMENTO DEL :03/10/2004, 16.37.27 - Periferie - di Andrea Maietti
Andrea Maietti, biografo di Gianni Brera ed amico sincero della Posta del Gufo, ci manda questo bellissimo pezzo per il Mondiale di ciclismo.
Buona lettura.




La bella e fatal Verona rintocca la festa del Ciclomondiale. E dissotterra un volto. Quello di Gianni Bugno, nel cui sguardo, oltre ogni traguardo, balenava la scritta del cielo di Montale: "più in là". Anche dopo averlo conquistato due volte il mondiale. Il secondo (Benidorm 1992), vinto non per ambizione, ma per non dispiacere un amico gregario, il vecchio emiliano Perini. Aveva le ali torpide l'allodola chiusa in quel paese oscuro che era il cuore di Bugno. Perini lo avvicinò all'ultimo chilometro: " Non sto bene, fa' la tua corsa", spropositò Bugno. Poco mancò che Perini lo minacciasse con la pompa: "Mo sentomi ben qua, Gianni - gli ruggì -. Tu te le mangi tutte 'ste pipazze. Ti ci porto io ai duecentocinquanta metri. E poi tu dacci, che vinci sicuro. E così vinco anch'io. E't capì, boja d'un mond laeder?". E ai duecentocinquanta metri Bugno distese la sua pedalgrafia per scrivere la volata più bella della sua carriera, fatta di abissi e di cime. Bugno, grande campione di periferia, se periferia significa anche angoli di mistero, umori autunnali. Vinse due mondiali Bugno, come soltanto Merckx, Van Seenbergen e Van Looy ( dopo i magnifici tre del campionissimo Binda), mai la corsa il cui paesaggio più gli si addiceva, il Giro di Lombardia, metafora degli umori di Bugno, "così bello,…quand'era bello". L'anno di Benidorm poteva essere quello buono. Ma quel giorno il cielo di Lombardia era gonfio di pioggia e di malinconia. Gianni volle convincere il suo cuore di allodola che dietro il nero sudario dei monti il sole continuava il suo giro. L'allodola tentò di crederci per pochi chilometri. Poi le sue ali, angosciate dall'acqua, persero ineluttabilmente vigore. I suoi voli erano poesia di candela insidiata dal vento. Il vento improvviso e freddo delle periferie.

AGGIORNAMENTO DEL :02/10/2004, 16.29.17 - "Lettera per Arrigo Sacchi " di Giulio Giusti
Questa lettera, mi dicono un po' addolcita, è stata pubblicata dal Guerin Sportivo cui l'aveva inviata il nostro amico Gliulio Giusti.



Arrigo Sacchi non ha mai fatto mistero di aver operato una rivoluzione culturale nel calcio italiano, che prima, a suo dire, viveva una sorta di medioevo dove regnavo solo il catenaccio. E' convinto, il tecnico di Fusignano, di aver cambiato e moralizzato il mondo del pallone e di averci fatto accettare anche all'estero. Dalle interviste concesse dall'ex allenatore del Milan nel corso degli anni, si evince che il nostro calcio si può dividere in due periodi storici ben distinti: il primo ante Sacchi, che chiameremo A.S. e il secondo post Sacchi, che chiameremo P.S..
In quest'ultima fase, Arrigo è convinto di aver portato la luce, insegnato valori come onestà e moralità, cambiato il dizionario calcistico e introdotto una nuova cultura sportiva.
Spiace costatare che forse il più ignorante, calcisticamente parlando, è proprio mister ripartenza. Tutte le sue dichiarazioni sono un compendio di ignoranza calcistica. Volete alcuni esempi?
Vi forniamo solo i casi più eclatanti per non rendere la lista lunghissima:

1) in quello che abbiamo chiamato periodo A.S., la nazionale italiana ha vinto tre titoli mondiali, un'Olimpiade ed un Campionato d'Europa. Nel periodo P.S. nulla.

2) A U.S.A. 1994, prima di giocare contro il Brasile, Sacchi si vantò che per la prima volta l'Italia avrebbe giocato una finale mondiale senza il libero. Il buon Arrigo non sapeva che ai tempi di Pozzo, finali del 1934 e 1938, l'Italia non poteva giocare con il libero perché semplicemente quel ruolo ancora non esisteva. Nel 1982, invece, c'era Gaetano Scirea, che, nella storia del calcio, ha lasciato un segno infinitamente superiore a quello di Sacchi.

3) "Colombo ha vinto più di Maradona". Questa frase sarebbe meritevole da sola, se in Italia ci fosse una federazione serie, di far ritirare immediatamente il patentino all'allenatore che l'ha pronunciata. Forse Colombo ha vinto più coppe europee di Maradona, di certo non scudetti (in Italia Diego ne ha vinti 2 e il milanista 1). Il pibe, soprattutto, ha vinto un mondiale, che Colombo ha visto solo in televisione.

4) Sacchi sostiene che il suo primo Parma ha iniziato a cambiare mentalità al calcio italiano, proponendo un rivoluzionario sistema di gioco offensivo. Ma dove? Quel Parma, nel torneo di serie B 1986-87 non salì in serie A per la sua incapacità a concludere a rete (la miseria di 30 gol segnati su 38 gare, risultando il quindicesimo attacco su 20 squadre!).

Nella recente intervista concessa al Guerino, Sacchi si è scagliato contro il calcio attuale. Il suo intervento è, senza offesa, un concentrato di ipocrisia.
Critica le rose allargate, ma forse non ricorda che lui è stato il primo a volerle nel Milan. Addirittura sosteneva la necessità di avere due squadre: una per la champions ed un'altra per il campionato.
Attacca la stampa, tutta di regime e ignorante. Forse non ricorda che la sua ascesa è stata agevolata da una stampa a favore e dalle televisioni del suo padrone che dovevano esaltare il suo Milan.
Critica il malcostume dei superstipendi, probabilmente non ricorda che il sistema è stato introdotto dal suo amico Berlusconi. Attacca i bilanci fasulli, forse non sa nulla del caso Lentini o pensa che Milan e Parma non abbiano mai fatto plusvalenze.
Cita Parma come esempio di provincia felice nel calcio, ma la squadra emiliana degli ultimi anni con i vari Buffon, Thuram, Cannavaro, Chiesa e Crespo, non poteva certo definirsi una provinciale.
Per Sacchi i giocatori devono essere seri, educati ed etici. Valori che lui ben conosce. Vi ricordate la porcheria combinata in un lontano Atalanta-Milan di Coppa Italia, quando i rossoneri non restituirono, come previsto dal codice di cavalleria sportiva, il pallone ai bergamaschi e andarono a trovare un rigore che poi Baresi insaccò nella vergogna generale? E' un comportamento etico abbandonare in fretta e furia la panchina nazionale per sedersi su quella del Milan tre giorni dopo?
E' spiacevole criticare Sacchi, perché in fondo è stato un buon allenatore. Un vero italiano dentro e fuori dal campo. Sul campo era un maestro del catenaccio, lo faceva addirittura in mezzo al campo, fuori è come molti di noi, furbi, paraculi, servi col padrone di turno (Berlusconi, Matarrese e Tanzi, che bel trio) e forti con i deboli, pronti a ricorrere all'italico mezzo della raccomandazione (chiedete a Sacchi come è entrato al supercorso di Coverciano).

Sei in pensione, Arrigo. Sei in pensione, per la paura di non essere all'altezza del tuo passato. Torna se hai coraggio e confrontati sul campo con quelli che per te, più di dieci anni fa, erano dei catenacciari o peggio ancora dei rimbambiti. Loro, gente come Trapattoni e Mazzone, sono ancora lì a mettersi in gioco in mezzo al campo, tu sputi sentenze e fai una morale da quattrosoldi.
Se torni, però, stai attento, sembra che sui campi di calcio sia tornato il libero. Lo usa un vecchio rincoglionito tedesco che allena la Grecia.

AGGIORNAMENTO DEL :30/09/2004, 13.07.39 - MILAN-CELTIC
Non se lo sono ricordati in molti, ma quella di ieri non è stata la prima volta che il Milan ed il Celtic si sono incontrate.
Accadde la prima volta nel 1969.
Altro calcio, altri tempi.
Quarti di finale di una Coppa campioni mutilata dall'invasione sovietica della Cecoslovacchia che aveva portato al ritiro delle squadre dell'Est europeo da tutte le competizioni.
E' quasi una finale anticipata, il Celtic è una delle favorite per la vittoria finale, assieme ai campioni in carica del Manchester United ed al Milan.
Gli scozzesi sono allenati da Jock Stein, una leggenda, i rossoneri da Nereo Rocco sul terreno si sprecano i campioni :Hamrin, Rivera, Sormani, Schnellinger, Mc Neill, Gemmell e Jimmy Johnstone sono i più popolari.
Il terreno di San Siro è innevato, si pattina più che giocare.
La partita è una battaglia senza esclusione di colpi, sul gelido terreno non si fanno complimenti, ma alla fine finisce 0-0.
Il ritorno, quindici giorni dopo, si preannuncia proibitivo.
Gli scozzesi, oltretutto, fanno proclami minacciosi contro gli italiani, rei, a loro avviso, di aver usato le maniere forti oltre il lecito nella gara d'andata.
Rocco rinforza gli ormeggi : via Hamrin e dentro Nevio Scala poi la solita "Maginot" davanti a Cudicini con Anquilletti, Schnellinger, Malatrasi e Rosato.
Maldera, il fratello maggiore del più popolare Aldo, deve sostutuire il Trap.
La gara è subito una battaglia, il terreno a Glasgow è ghiacciato , ma stavolta, dopo dodici minuti, Rivera imbecca Pierino Prati che segna.
Poi il Milan chiude il catenaccio.
Cudicini compie prodezze in serie ed alla fine, per la sua sagoma curiosa con la calzamaglia, la maglia ed i pantaloncini neri verrà ribattezzato dal cronista della BBC "the black spider", il "ragno nero", un ragno che con la sua tela di prodigiose parate salva il Milan.
Intanto, Niccolò Carosio, sconta la rabbia dei tifosi scozzesi.
Il celebre telecronista ha la sua postazione su una sedia vicino al bordo campo, a mezzo metro dalle tribune.
Per tutta la partita viene preso di mira, insultato, irriso.
"Spaghetti"- è l'epiteto più gentile che gli viene rivolto.
Il Celtic assedia il Milan ed a ogni parata di Cudicini i tifosi del Celtic rincarano la dose.
Alla fine, dopo il fischio di Ortiz de Mendibil, l'arbitro dell'incontro, Carosio che ha fin lì sopportato sbotta ed in radiocronaca diretta pronuncia questa frase famosa :- "E' finita, il Milan ha vinto ed adesso andiamo a farci un piatto di spaghetti ed un 'wiskaccio' alla faccia di questi 'zulù' !"

AGGIORNAMENTO DEL :18/09/2004, 19.06.06 - La rabona - lessico calcistico
Cola de vaca
E' da specialisti del dribbling. Consiste in un repentino cambio di direzione, nell'arrestarsi, puntare l'avversario poi sollevare la palla con la punta dello scarpino e 'guidarla' verso la parte opposta al piede con cui si effettua il dribbling senza farle toccare terra e tenendola in bilico sulla scarpa, poi, di controbalzo, controllarla con l'altro piede e saltare l'avversario che di solito s'infuria.
Per effettuare questa 'figura' occorre una sensibilità estrema del piede, una grandissima rapidità di esecuzione ed avere in dispregio l'avversario diretto.
Il nome, spagnolo, significa letteralmente "coda di vacca" perché il movimento che viene effettuato con il piede che porta il dribbling è rapido e, al tempo stesso, improvviso e flessuoso come quello della coda di una mucca che scaccia le mosche.
Era uno dei dribbling di Sivori, io l'ho vista fare solo a Del Piero contro un terzino del Glasgow Rangers che poi andò a cercarlo e lo stese facendosi espellere.
Pare, ma non è certo, che il massimo 'esecutore' contemporaneo sia il brasiliano Romario,
nonostante nel glossario calcistico il termine sia spagnolo il "gesto tecnico", infatti, è tipico della scuola brasiliana.

AGGIORNAMENTO DEL :17/09/2004, 18.57.10 - La rabona - il lessico calcistico - prima puntata
RABONA
Quello che dà il titolo alla rubrica è uno dei gesti tecnicamente più difficili e più spettacolari del calcio.
Viene, tuttavia, spesso confuso con altri gesti più…plebei.
La "rabona" d.o.c. è il gesto seguente : calciare in corsa con il piede sinistro (destro) facendo passare il piede che calcia dietro l'altra gamba che fa da stampella.
Il gesto, molto spettacolare, ha una sua utilità tecnica indiscutibile per quei calciatori molto dotati con un solo piede e per il fatto che il gesto inganna sempre l'avversario che difende perché di solito è portato a coprire il piede esterno, quello normalmente deputato al cross.
Fra i migliori esecutori della 'rabona' va ricordato Diego Armando Maradona che un anno, credo contro Torino, fece segnare Careca con un cross pennellato dalla destra battuto di sinistro con la palla colpita mentre era appunto dietro al piede destro.

Fra gli italiani ricordo una spettacolare esecuzione di Roberto Baggio che tirò in porta (!), ma il primo italiano cui l'ho vista fare fu uno sconosciuto degli anni settanta : tale Roccotelli che fu del Torino e di molti altri.

AGGIORNAMENTO DEL :16/09/2004, 18.48.53 - Un bidone al giorno...

Torna la più vecchia rubrica della PdG... con il revival dei peggiori "bidoni" che hanno calcato la scena italiana dalla data della riapertura delle frontiere...




Fabio Junior Pereira (A.S. Roma, Brasile)
Manhuacu,20/11/1977
Cruzeiro
1998-99/1999-00 Roma 16 presenze 4 gol

Ci sono calciatori che improvvisamente si impadroniscono del palcoscenico , per così dire 'cronistico', del mondo del pallone e quasi sempre ciò avviene senza che abbiano combinato, almeno di fronte a testimoni diversi dal loro procuratore ed i suoi più stretti parenti, niente di clamoroso sul proscenio più naturale per un calciatore : un campo di calcio.
La cosa normalmente avviene in un periodo di stanca del Campionato, quando ormai i giochi sono, o perlomeno sembrano, fatti e i giornali non hanno argomenti interessanti da trattare e con i quali riempire le pagine interne e tantomeno la prima.
Almeno per Fabio Junior accadde così : dall'oggi al domani questo giovane attaccante brasiliano passò dall'anonimato più assoluto ad essere un 'oggetto del desiderio' conteso, almeno a parole, dai principali club del calcio europeo fra i quali la più attiva era la Roma.
E guarda caso questo avvenne proprio quando sembrava che lo scudetto fosse ormai chiaramente 'lazziale' e molti dissero che il Presidente Sensi avesse deciso l'acquisto del giovane, promettentissimo, attaccante brasiliano proprio per indennizzare i tifosi giallorossi degli sfottò che avrebbero dovuto ingoiare a causa del trionfo biancazzurro.
La cosa non andò proprio così.
Fabio Junior, è vero, arrivò alla Roma ammantato di un'attesa palbabile per le immancabili prodezze di colui che era "in potenza addirittura più forte di Ronaldo'" e che in nazionale "aveva già preso il posto di Romario", ma appena lo videro bene si accorsero che forse era meglio aspettare a dare giudizi affrettati.
Fabio Junior, ovvero 'Fabietto', costò quanto Salas e Sensi, ben consigliato dal suo staff tecnico, concluse in fretta la trattativa allargando i cordoni della borsa per evitare una beffa come quella subita mesi prima con lo slavo Stankovic soffiatogli per dispetto da Cragnotti.
Appena visto giocare in Campionato si accorsero che anziché assomigliare a Ronaldo aveva più del Ravanelli "prima maniera" quello dei tempi del Perugia : grande, grosso e con una tecnica che a prima vista non pareva tipica di un centravanti della nazionale carioca.
Oltre che impacciato nel controllo di palla, il povero Fabio Junior, pareva anche a disagio nella corsa e in una partita a Firenze, lanciato verso Toldo con un vantaggio enorme ed il solo Trap lanciato all'inseguimento ai bordi del campo, trepestò talmente e tanto si incartò da consentire a Toldo di salvare capra e cavoli.
Senza dubbio Fabio Junior ebbe il grande svantaggio di arrivare, giovanissimo, in un ambiente sconosciuto e con il fardello di essere presentato alla stregua di un nuovo Ronaldo da gente che o non aveva mai visto lui o non aveva mai visto Ronaldo oppure li aveva visti tutti e due e faceva finta che fossero la stessa cosa, però è anche vero che per immaginare uno come lui centravanti titolare del Brasile ci vuole una fantasia che io non ho.
D'altra parte la sua giovane età gli consentirà di migliorare molto, cosa di cui, a giudicare da quello che abbiamo visto in un campionato e mezzo nella Roma, ha un gran bisogno se vuole tornare in Italia non solo per fare del turismo.
L'effetto fu comunque che agli sfottò per lo scudetto laziale i romanisti dovettero anche incassare quelli per 'Fabietto' che costava come 'el matador', almeno fino a quando il Milan e un "finale strano'" del Campionato, con un derby vinto dai giallorossi che provocò il crollo della Lazio e consegnò lo scudetto ai rossoneri, non fecero passare ai laziali la voglia di scherzare.
Confermato per un altro anno, appena Capello lo vide bene, pensò che un simile talento non andava sprecato e lo utilizzò con la dovuta parsimonia prima di acconsentire, ma a malincuore, che glielo levassero di torno.
Credo che sia stato spedito in prestito con "diritto di riscatto" al Cruzeiro di Belo Horizonte, in Brasile.
Recentemente qualcuno mi ha detto che al Cruzeiro di far valere questo 'diritto', che consentirebbe al Club brasiliano il 'privilegio' di godersi vita natural durante colui "che in potenza è più forte di Ronaldo", non se la sono sentita.
Gente di cuore.
Il Cruzeiro era per l'appunto, in Brasile, la squadra in cui ha esordito Ronaldo, quello vero, e loro se lo ricordano bene : averne due, a così poco tempo di distanza l'uno dall'altro, gli è sembrata troppa grazia.
E anche Sant'Antonio, cui la troppa grazia viene spesso imputata, sarebbe senz'altro d'accordo.

AGGIORNAMENTO DEL :02/09/2004, 08.41.19 - LE GRANDI SFIDE : AJAX-BAYERN 4-0
Recentemente il sorteggio del turno a gironi della Scempionslig ha accoppiato la Juventus al Bayern ed all'Ajax.
Subito le schiere di coloro che sono intimamente convinti che il calcio sia stato inventato da Arrigo Sacchi hanno informato (a pagamento) i propri utenti o lettori che questo autentico concentrato del "Gotha" europeo ha un palmarés complessivo di dieci Coppe Campioni con un impressionante numero di finali disputate e con la curiosa faccenda che, mentre Ajax e Juve sono rivali storiche ed hanno, fra l'altro, due precedenti in finale (una vinta per ciascuno), il Bayern e i bianconeri non si sono mai incontrati nonostante la quasi quarantennale consuetudine con i trofei europei di ogni ordine e grado.
franz & JohanCodesti imbonitori, con le loro cifre precise e le loro attente ricerche si sono tuttavia dimenticati di ricordare il più importante precedente fra due di questi club, Ajax e Bayern, una partita che fu una sorta di "chiave di volta" per il calcio degli anni '70 e il cui esito condizionò non poco l'evoluzione stessa del gioco negli anni immediatamente successivi, e non solo in quelli.
Quel 7 marzo 1973, un mercoledì, si celebrano, con il turno di andata, i quarti di finale della diciottesima edizione della Coppa dei Campioni.
L'inizio di quegli anni '70 è monopolizzato dalle squadre olandesi : prima il Feijenoord, poi, per due volte l'Ajax, hanno vinto il torneo più prestigioso relegando i club italiani ed inglesi ad un ruolo comprimario.
Quell'edizione, tuttavia, si è annunciata con un respiro diverso.
Nell'estate del 1972 la Germania Ovest ha trionfato nella Coppa Europa per Nazioni mostrando quella che si presenta più come la netta superiorità di una scuola che come la semplice conquista di un trofeo.
I tedeschi, che già da qualche anno stanno emergendo nel calcio mondiale, contano su una fioritura di talenti senza confronti.
I vari Maier, Beckenbauer, Gerd Muller, Breitner, Uli Hoeness sono al vertice nei rispettivi ruoli e sono tutti del Bayern, la squadra che si è laureata Campione di Germania.
Logico quindi che proprio i tedeschi siano considerati i principali avversari dell'Ajax, per la conquista della Coppa dei Campioni, un trofeo che nessuna squadra tedesca ha mai vinto.
Allenatore dei tedeschi è Udo Lattek, un tecnico che crede molto nel calcio offensivo e che, soprattutto, ha capito l'importanza di andare d'accordo con Franz Beckenbauer se si vuol restare in sella nel calcio tedesco e nel Bayern.
"Kaiser" Franz è il campione più prestigioso, la figura dominante del calcio tedesco ed è inevitabile che venga contrapposto all'altra "stella" del calcio europeo, Johan Cruyff che è il capitano dell'Ajax: logico quindi che quella fra Beckenbauer e Cruyff sia presentata come una sfida nella sfida.
Se il Bayern è la forza emergente, l'Ajax ha iniziato la sua parabola discendente.
Il suo inventore, Rinus Michels, è andato al Barcelona dove aspetta Cruyff che ha da tempo deciso ed annunciato che quella sarebbe stata, comunque, la sua ultima stagione con i "lancieri".
L'Ajax è comunque ricco di campioni : Suurbier, Krol, Neeskens, Rep, Keizer, Muhren e Haan sono nel pieno del loro splendore atletico, ma lo spogliatoio è diviso, la gelosia per i molti miliardi che Cruyff andrà a guadagnare in Spagna deve essere attentamente gestita per evitare che il giocattolo si frantumi.
Questo compito delicatissimo è affidato a un rumeno affabile e smaliziato : Stefan Kovacs che ha saputo benissimo raccogliere la difficile eredità di Michels e che, anni dopo, saprà ricostruire il calcio francese.
Dunque Bayern-Ajax è la finale che tutti sognano, un "choc de titans" come titola "l'Equipe" presentando la partita che, contrariamente agli auspici, si propone già nei quarti.
Allo stadio Olimpico di Amsterdam, di fronte a 53230 spettatori fra i quali vi sono numerosi tedeschi, le due squadre scendono in campo agli ordini dell'arbitro svizzero Scheurer, in una serata fredda ed umida.
Fra gli olandesi manca il difensore centrare Wim Hulshoff, uno dei più forti del mondo, per un infortunio le cui continue ricadute, anni dopo, gli sarebbero addirittura costate la carriera.
L'Ajax è quindi costretto a rivoluzionare la difesa proprio la sera nalla quale incontra Gerd Muller
"Der Bomber", lo spauracchio delle difese di tutto il mondo.
Il Bayern parte con il favore del pronostico: la squadra è in forma, sta dominando il campionato, stritola gli avversari a suon di gol e sembra decisamente inarrestabile.
Anche l'Ajax è in testa al proprio torneo, ma le tensioni che da tempo ne minano lo spogliatoio non sembrano più dominabili, se in Olanda l'Ajax può ancora vincere, non sono molti quelli che lo vedono vittorioso contro i poderosi tedeschi.
La partita inizia come è inevitabile in questi casi con i due grandi avversari che si studiano.
All'avvio i "lancieri" sembrano addirittura timorosi, i tedeschi, diffidenti.
Cruyff e Beckenbauer sembrano evitarsi, solo qualche sporadico tentativo scalda le mani a Maier e Stuy, i due portieri che sembrano destinati ad una serata tutto sommato tranquilla, i due giganti infatti, sembrano aver deciso di rimandare tutto alla gara di ritorno.
E' una sensazione sbagliata.
Al rientro in campo dopo i primi 45' l'Ajax è trasformato.
Johan CruyffArie Haan ha preso in mano la squadra e ora la costringe ad attaccare, anche Cruyff adesso sembra deciso a dare il meglio di sè, il Bayern sbanda.
I tedeschi che pensavano di poter controllare la partita si trovano improvvisamente a giocarne un'altra, una gara nella quale "il papero d'oro", Cruyff, sembra deciso a dimostrare di cosa sia capace.
Dopo pochi minuti di costante pressione l'Ajax passa in vantaggio: è Arie Haan che porta in vantaggio gli olandesi sorprendendo Maier.
Lo stadio esplode, il Bayern vacilla come un pugile che accusi il colpo.
L'Ajax insiste; Cruyff e Neeskens tornano ad essere imprendibili la difesa tedsca perde le misure che aveva sapientemente preso e dopo un quarto d'ora l'Ajax mette a segno il colpo del KO.
In 60" il Bayern viene disintegrato :prima Gerry Muhren, un attaccante ingiustamente sottovalutato nell'ombra dei vari Rep, Cruyff e Neeskens, raddoppia e, prima ancora che il boato dei tifosi olandesi si spenga, Haan, autentico trascinatore, batte Maier approfittando di una sbandata della difesa tedesca.
3-0 a venti minuti dalla fine, il Bayern sotto choc non riesce a reagire.
Cruyff, salito in cattedra, segna il quarto gol al 90' : Ajax 4- Bayern 0.
Le agenzie sono costrette spesso a ripetere il risultato, nessuno si aspettava un verdetto tanto definitivo.
Il calcio tedesco ha un brutto risveglio dal suo sogno di onnipotenza.
La partita di ritorno non ha storia, l'Ajax l'affronta addirittura lasciando riposare Cruyff : uno schiaffo per l'avversario che vince 2-1.
Maier in un intervista rilasciata qualche anno fa in occasione dei Mondiali di calcio ricorderà che "prima della finale mondiale di Monaco eravamo preoccupati per quello che ci era capitato quindici mesi prima".
"Quel 4-0" - concluderà Sepp Maier - "ci aveva tolto la nostra sicurezza, e fece cambiare anche il nostro gioco."-
Infatti, dopo quella pesante lezione, il Bayern assumerà un atteggiamento sempre meno spavaldo, fino a diventare una sorta di "macchina da risultato" capace di vincere tre Coppe dei campioni di fila.
Ma senza più dare spettacolo.
Quello fu anche il canto del cigno per l'Ajax.
I "lancieri" avrebbero vinto la loro terza Coppa Campioni di fila, battendo nella finale di Belgrado la Juventus, ma con la partenza di Cruyff, prima,di Neeskens, Haan e Krol, poi, la poderosa squadra olandese si sarebbe avviata ad un decennio da comprimaria.
Ancora oggi, tuttavia, più di trent'anni dopo quella partita se ne intuisce l'importanza nell'economia di un calcio che, da quel mercoledì sera, cominciò profondamente a cambiare.

AGGIORNAMENTO DEL :01/09/2004, 14.21.29 - LE RISERVE DI ZOFF


Zoff, l'eternoUno dei mestieri più ingrati del calcio è, senz'altro, quello di portiere di riserva; in particolare se il titolare era Dino Zoff.
Costui, infatti, oltre ad essere stato un grande portiere è stato soprattutto un portiere dalla salute di ferro.
Ricordo che ero un ragazzino quando Maurizio Barendson, al Telegiornale della sera dette, la notizia che Dino Zoff, allora portiere del Napoli , si era distorto una caviglia nell'allenamento al San Paolo e, in virtù di questo disdicevole evento, avrebbe saltato la prima partita di serie A nel Napoli da quando vi era arrivato.

Tanto per chiarire i termini della questione, quello era il suo quinto anno in maglia azzurra.
L'infausto evento avrebbe permesso al portiere di riserva Trevisan, dopo qualcosa come 150 domeniche in panchina, di giocare finalmente una partita in serie A.
Quella stessa estate, dopo la fine del Campionato, ancora Maurizio Barendson (all'epoca non erano in tanti a parlare e straparlare di calcio in TV ) dette, fra le righe, la notizia che lo stesso Zoff era stato acquistato dalla Juventus che, come riserva confermò il giovane e promettente Piloni, con l'idea di farlo maturare alle spalle di Zoff che si avviava verso la trentina.
Il povero Piloni inaugurò così un calvario che sarebbe stato di altri.
Per parlare chiaro, il giovane portiere sparì letteralmente dalla scena, in una maniera così totale e definitiva che in un album Panini, nelle cui figurine i calciatori venivano ritratti in azione di gioco, la figurina di Piloni lo riportava in tuta da allenamento, non avendo potuto, la celebre casa editrice modenese, reperire un fotogramma in cui vestisse la maglia da gioco fra i pali di una porta !
Al povero Piloni toccavano le trasferte a Malta, quando la Juve all'andata aveva vinto 7-0, oppure le strazianti partite di Coppa Italia giocate in stadi semivuoti.
Bene, mentre Zoff si imponeva un campionato dopo l'altro, e il povero Piloni intristiva in panchina (ingrassando pure), la cosa si ripeteva in Nazionale dove il grande Zoff, scalzato Albertosi, era diventato titolare indiscusso stabilendo anche un incredibile record di imbattibilità : 1143'.
Questo record si interruppe nella prima partita dei Mondiali del '74, per piede di uno sconosciuto attaccante di Haiti, tale Sanon; ed anche l'essere battuto da un haitiano dopo undici partite senza gol è senz'altro un record che travalica quello meramente numerico.
Riserva di Zoff in Nazionale, dopo Albertosi, divenne Castellini, detto "il Giaguaro", portiere del Torino che scaldò la panchina con grande cura per lasciarla prima a Paolo Conti della Roma, poi a Ivano Bordon dell'Inter.
Per tutti la stessa storia: un tempo ogni tanto nelle amichevoli o una partita intera con il Madagascar: niente di più; per il resto c'era Zoff, solo Zoff e sempre Zoff.
L'influenza asiatica metteva a letto 15 milioni di italiani ?
Zoff giocava la domenica in porta della Juve e poi in Nazionale.
Zoff si fratturava un dito in una partita di Coppa ?
Non solo continuava imperterrito, ma la domenica dopo giocava con una fasciatura sotto i guanti e un'iniezione di novocaina: niente lo scalfiva, niente lo fermava.
E Piloni ?
Piloni, dopo aver pazientato in panchina e presenziato come ospite ad un numero imprecisato di cene degli Juventus Club (ci mandavano sempre lui tanto non aveva mai niente da fare) aveva chiesto di essere ceduto, dove volevano loro, ma ceduto, magari in Serie B, pur di giocare !
Poiché a forza di stare in panchina si era fatto vecchio pure Piloni, la Juve acconsentì e richiamò all'ovile un portiere di grande fisico e grandissime speranze che, poiché Zoff sembrava ormai prossimo all'età della pensione calcistica, avrebbe potuto maturare con calma e senza fretta alle spalle del grande Dino.
Alessandrelli, così si chiamava il portierino col fisico da portierone, in effetti di calma ne ebbe quanta ne voleva, non lo disturbò nessuno nei lunghi anni in cui la domenica scaldò le panchine di tutta Italia e di mezza Europa.
La principale occupazione del giovane portiere divenne presto quella di ascoltare la radiolina e di riportare a Trapattoni i risultati delle rivali per lo scudetto.
Tanto era abituato alla compagnia della radio che l'ascoltava anche quando la Juve giocava in Coppa ed era aggiornatissimo su tutti i risultati delle squadre straniere, e, quando non c'erano trasmissioni in diretta ascoltava il terzo programma che trasmette musica classica oppure, sul primo, "Ascolta si fa sera" condotto da Padre Virginio Rotondi: un classico di fine anni '70.
Fatalmente, Alessandrelli ripercorse tutte le tappe già conosciute da Piloni.
I primi tempi quando Zoff, dopo un'uscita in mischia, sembrava avere sulla faccia un smorfia triste, attaccava a rompere le palle al Trap e prendeva a scaldarsi indossando i guanti e svestendo la tuta.
Poi, quando capì che quell'espressione dolorante era quella normale di Zoff, si rassegnò ad interessarsi a "Tutto il calcio minuto per minuto", serie minori incluse, ed a frequentare le cene degli Juventus Club.
Per onorare i suoi tifosi sparsi in ogni dove, infatti, durante le trasferte più a lungo raggio, era comune che il venerdì sera un dirigente e un giocatore fossero mandati a cena con i capitifosi locali.
Il dirigente in questione era un nobile decaduto, ex ufficiale del Savoia cavalleria, di orientamento monarchico, che veniva appositamente tenuto in organico dal furbo Boniperti, ma quando si trattava di mandare un calciatore, così a ridosso della partita, ad una cena in cui il piatto più leggero rischiava di essere la pasta con le sarde, il Presidente mandava sempre Alessandrelli che era l'unico che di sicuro la domenica pomeriggio si sarebbe potuto permettere la pennica digestiva.
Il povero Alessandrelli, inevitabilmente, ingrassò e si intristì come Piloni, fino a che, dopo quattro anni ininterrotti di panchina in Campionato, ebbe il suo quarto d'ora di felicità : la sua occasione.
Era l'ultima domenica di un Campionato già perso per la Juve che vinceva 3-0 contro l'Avellino, quando, Trapattoni, mosso da pietà, richiamò Zoff in panchina e lasciò la porta ad Alessandrelli, che, mollata la radiolina ed indossati i guanti, entrò in campo incredulo.
E prese tre gol in venti minuti, gli unici giocati in Serie A con la maglia della Juve.
Al rientro negli spogliatoi confermò la sua grande cultura calcistica affermando che "non era mai successo alla Juve di farsi recuperare una partita da 3-0", poi tentò il suicidio facendo a testate con Pietro Paolo Virdis.
Zoff, con Alessandrelli, fu particolarmente crudele: qualche anno dopo, in un derby, gli tolse quest'unico primato incassando tre gol dal Torino in poco più di tre minuti e Boniperti ha sempre sospettato che l'abbia fatto apposta.
In nazionale le cose non andavano meglio per le povere riserve di Zoff.
Conti giocava quando Bearzot, dopo aver passato mezzora in silenzio con Zoff, rinunciava a convocarlo.
Non meglio andava a Bordon che aveva addosso l'etichetta di "Eroe di Berlino", guadagnata quando, giovanissimo, vi aveva fatto prodigi contro il Borussia ed aveva parato anche un rigore.
Ogni tanto in panchina raccontava la sua storia ai compagni e gli ultimi tempi, dopo che questi si erano rotti le palle, narrano che la raccontasse ai guardalinee a meno che non fossero tedeschi nel qual caso potevano pure prenderla male.
Comunque sia , anche Bordon giocava poco; di solito i secondi tempi delle partite che cominciava Paolo Conti.
La svolta parve arrivare ai Mondiali d'Argentina quando contro Olanda e Brasile il Grande Zoff prese gol da un'altra galassia, tanto che Happel, il perfido CT dell'Olanda, affermò che "l'Italia giocava il calcio più moderno del Mundial tanto da rinunciare al portiere".
Zoff fu accusato di scarse diottrie, e le sue vittime presero coraggio sia in nazionale che nella Juve dove era arrivato un certo Bodini, subito additato dalla critica perché basso di statura.
Poteva essere anche più alto, ma penso che l'avessero scelto della misura giusta per non rischiare di incornare il tetto della panchina dove, ovviamente, si installò permanentemente e presto perse così la speranza che negli allenamenti settimanali giocava all'attacco segnando molti più gol di quanti ne facessero Virdis e Marocchino ai quali arrivò a minacciare il posto.
Passata la bufera Zoff veleggiava per i quaranta e, per i Mondiali di Spagna, assieme al rassegnato Bordon, fu convocato Galli, giovane emergente della Fiorentina.
Niente da fare; il vecchio resistette fino ai Mondiali e pur di non mollare la maglia li vinse addirittura.
Poi continuò, a 41 anni, in Coppa dei Campioni, nelle qualificazioni all'Europeo oltre a giocare tutte le domeniche in Campionato.
Non bastasse questo, forse sentendosi agli sgoccioli della carriera, non rinunciò più neanche alla Coppa Italia né alle amichevoli e, a volte, si presentava anche alle partite della Primavera e si dice abbia tentato, senza successo, di partecipare al Torneo di Viareggio.
Sembrava davvero che Zoff non finisse mai.
Raccolse tutti i record : primo azzurro a superare le cento presenze in Nazionale, primo bianconero a giocare 300 partite consecutive in Campionato, record di imbattibilità in Campionato ed in Nazionale, vittoria a tressette in coppia con Bearzot contro Causio e Pertini nel volo di ritorno da Madrid.
Poi arrivò la finale di Coppa dei Campioni, ad Atene, e Magath gli segnò l'ultimo gol.
Voci non confermate parlano di un ritrovo sull'Adriatico nel quale, quella sera, si erano ritrovati Piloni, Alessandrelli, Bordon, Castellini e Paolo Conti ed anche Trevisan, riserva ai tempi del Napoli, che poi brindarono a Champagne e si dice che Magath abbia ricevuto una sciarpa fatta ad uncinetto da Bodini che in panchina si era adattato a passare il tempo così.
Finì così la storia dell'infinito Zoff : grande senza riserve.

AGGIORNAMENTO DEL :31/08/2004, 14.14.00 - GALLES - ITALIA 2-1
Cardiff 16 ottobre 2002

Sono sempre stato convinto, intimamente convinto, che nel calcio vi sia una vena di giustizia che talvolta riesce ad affiorare, sempre più raramente, ostacolata da fattori esterni, giochi di potere ed altre faccende delle quali il nostro sport più amato è da tempo prigioniero.
Mercoledì scorso quando Craig Bellamy ha battuto Buffon per la seconda volta regalando al Galles una vittoria storica, ho imprecato alla maledizione che sembra ormai accompagnare la nostra Nazionale incapace non solo più di giocare, ma anche di vincere, poi, smaltita l'amarezza del tifoso mi sono consolato con il piacere che da sempre, e in ogni campo, mi dà un atto di giustizia.
Se avete visto la partita credo che converrete con me, se non l'avete vista consolatevi col fatto che, se non siete tifosi gallesi, avete perso poco.
Adesso stanno piantando gli ultimi chiodi sulle assi del patibolo approntato per Giovanni Trapattoni, i colpi risuonano lugubri attutiti dalle rassicuranti smentite, ma netti, inequivocabili.
Le cifre sono impietose : tre partite di qualificazione all'europeo, una vittoria, un pareggio ed una sconfitta.
Tornando indietro fino ai Mondiali emerge il fatto che nelle ultime sette partite, in nessuna delle quali abbiamo affrontato Nazionali che figurino in un Albo d'Oro, siamo riusciti a sconfiggere solo l'Ecuador e l'Azerbaidjan, abbiamo raccolto due pareggi e rimediato tre mortificanti sconfitte.
Non ho ricordo di un simile filotto di delusioni in gare "ufficiali" negli ultimo vent'anni.
Con la Corea si era addebitata parte della sconfitta alle prodezze di Byron Moreno, ieri Gilles Veissière, ricusato due anni fa prima di un amichevole (!) con l'Argentina, ci ha protetti anche troppo, ma è stato bravo a farlo senza scadere nell'esagerazione; quando la sua discrezione lo ha costretto a lasciar giocare i gallesi senza spezzettarne il ritmo, siamo stati noi a non farci una bella figura.
Il Galles non mi ha sorpreso e se non ha sorpreso me figuratevi come può aver sorpreso Giovanni Trapattoni.
I gallesi hanno giocato come sempre, il loro calcio mutua, almeno fin da quando li ho visti per la prima volta, i suoi semplici e nitidi schemi dal rugby, che è il loro sport nazionale.
Nel rugby non si può passare la palla in avanti con le mani, e il loro calcio prevede lo schema nel quale il centravanti riceve la palla e la smista indietro a un centrocampista che entra in percussione, esattamente come avviene nel rugby dopo un raggruppamento spontaneo nei pressi della meta.
Gli esterni attaccano come fossero "terze ali", i centrocampisti si dedicano al "placcaggio" come le seconde linee e se l'avversario non riesce ad elevare il tasso tecnico con un palleggio fitto e preciso è destinato a soccombere, perchè fisicamente e sul piano della corsa i gallesi, come i rugbisti, nontemono confronti .
Intendiamoci non sono dei fenomeni, contro un centrocampo tecnico e tosto non hanno strada; gli schemi del rugby applicati al calcio vanno bene quando chi gioca dall'altra parte non ha schemi calcistici all'altezza da opporre.
Purtroppo era il nostro caso.
L'Italia è uscita male dal confronto, senza idee, senza nerbo, senza neanche aver fatto intravedere quella superiorità tecnica di cui era accreditata, abbiamo affrontato i gallesi sul loro piano e ne abbiamo pagato le conseguenze.
Nonostante la fraterna protezione dell'arbitro ed una notevole dose di fortuna, sotto forma di un gol rocambolesco (incredibilmente identico nell'esecuzione e nel realizzatore a quello inferto alla Jugoslavia a Napoli) e di una clamorosa traversa colpita dai gallesi con Giggs alla fine del primo tempo, gli azzurri si sono dimostrati incapaci di raddrizzare una partita nella quale hanno avuto quasi tutti gli episodi a favore.
Mark Hughes, il Trap gallese, ha disposto la squadra con una sola punta, il colossale Hartson, e con due ali vere, Giggs e Bellamy che però partivano dalla tre quarti e giocavano la sovrapposizione con i loro compagni che partivano da dietro.
Con questo schema d'attacco, vecchio quanto il rugby, il Galles ha messo in crisi la nostra difesa nella quale celebratissimi campioni hanno fatto la figura del palombaro ciclista.
Hartson, il "centravanti bue" (più che centravanti boa) del Galles, ha sorretto da solo con la sua notevole presenza fisica l'attacco gallese, giocando oltretutto da "gigante buono" senza la cattiveria che un simile fisico usato con intenti malevoli renderebbe pericolosa per l'avversario.
Vi ho già detto che in Galles c'è un detto secondo il quale è garantito il Regno dei Cieli a chi nella vita gioca a rugby in prima linea, non so se questo possa applicarsi anche a chi come Hartson gioca a calcio nel cuore delle difese avversarie incassando colpi per novanta minuti, forse Hartson con la prestazione di ieri non avrà messo l'ipoteca su un posto in Paradiso, di certo per colpa sua, Nesta ha conosciuto l'inferno, almeno in senso calcistico.
Per 90' colui che è stato indiscutibilmente accreditato per diversi anni del titolo di migliore difensore del mondo ha subito la presenza, gli stacchi imperiosi, gli anticipi di questo colosso sul quale è costantemente rimbalzato snervandosi fino a compiere, forse nel tentativo di domarlo, errori di piazzamento marchiani.
Nesta in pratica non è mai riuscito a dare un supporto sicuro a Cannavaro, che ha fatto quel che poteva e che avrebbe potuto chiunque altro in quelle condizioni.
A parte gli errori clamorosi (come quello di Napoli e quello graziatogli a Cardiff da Veissière che ha negato il gol del 3-1 ai gallesi con una decisione... alla Moreno) che possono sempre accadere, quello che stupisce è l'insicurezza di Nesta in quasi ogni intervento: l'avvio dell'azione che ha portato al gol del 2-1 di Bellamy è emblematico, mai il Nesta che abbiamo conosciuto ed ammirato si sarebbe fatto anticipare in quel modo da un giocatore come Hartson.
Fra gli azzurri ha deluso Montella, pochissimo ispirato e partecipe : un suo tiro è stata comunque la miglior conclusione su azione degli azzurri.
Pirlo ha mostrato i limiti che sono connaturati a chi spesso vede giocare i compagni dalla panchina, mi ha dato infatti la netta impressione di perdere spesso il tempo giusto del passaggio, Ambrosini e Tommasi sono stati ottimi portatori di croce ed hanno cantato come sanno, ciè daumili coristi.
Di Biagio si è fatto ammonire da vecchio bischero dopo sette minuti e per un miracolo o forse per la bonomia di Veissière nei nostri confronti ha lottato per quasi un'ora nella tonnara del centrocampo senza subire il secondo cartellino; quando il Trap lo ha sostituito l'arbitro gli aveva appena fatto capire che non avrebbe più potuto continuare ad ammonire i soli gallesi.
Uscendo Di Biagio si è portato appresso anche quel po' di gioco coerente fin lì apparso a tratti.
Del Piero è risultato, a mio parere, il migliore dei nostri : l'unico che abbia mostrato qualche giocata di livello superiore, ovvero quella merce che ci avrebbe consentito di battere i gallesi che, come sempre, ci erano superiori fisicamente e nella corsa.
Purtroppo "Pinturicchio" si è costantemente mosso da solo.
La sua intesa con Montella non si è potuta costruire in questi 90' ed i due non si sono neanche cercati troppo.
Inutile poi pensare al supporto in attacco di "Abebe" Tommasi, a conti fatti Del Piero ha procurato il gol del pareggio ed ha operato l'unica conclusione (su azione) degli azzurri nella ripresa, mentre l'altra unica conclusione pericolosa è stata un'altra punizione di Pirlo deviata dalla barriera prima e dal portiere poi controla traversa.
Un po' poco, "digiamolo".
Nel finale poi un Trap disperato ha giocato la carta Marazzina richiamando Gattuso appena entrato per Di Biagio, mentre Maccarone da tempo aveva rilevato Montella: a quel punto è già stato molto non prendere il terzo gol.
Per fortuna Giggs, annunciato in grandissima forma si è limitato ad un supporto quasi esclusivamente morale dei compagni, altrimenti Panucci in una difesa così traballante avrebbe avuto fastidi notevoli e passato una serata indimenticabile.
Forse quando leggerete questo commento la materia di cui tratto sarà ormai archeologia, ma mi premeva comunque raccontarvi come la penso anche quando si perde, io , lo sapete, sto col Trap, ma che cis tia io , conta poco.
Speriamo che col Trap, e quindi con la Nazionale, tornino "a far parte" (come diceva il sommo padre Dante) anche quelli che per ora sembrano intenzionati a "far parte per sè stessi".
Buona domenica a tutti (ed anche a Totti che ha la bua)

AGGIORNAMENTO DEL :25/08/2004, 00.18.32 - Il joy-stick di Dio - pensieri per Diego Armando Maradona
Ho scritto di getto queste righe, una sorta di preghiera, per Diego Armando Maradona, calciatore del millennio, nei giorni in cui sembrava che ci avrebbe salutati per sempre.
Le pubblicai, allora, sul sito per pochi giorni.
Ora che sui giornali è nuovamente ricomparso il suo nome dopo una tregua di qualche mese le ripropongo, nella speranza che, ancora oggi, siano di buon auspicio per Diego.




Mentre scrivo queste righe Diego Armando Maradona è in coma nella "Clinica Argentino-Suiza" di Buenos Aires.
Dev'essere un posto per ricchi di un paese povero, qualcosa, quindi, che imbarazza ancora di più.
Dieguito, trent'anni fa, in un posto simile non lo avrebbero mai fatto entrare, sarebbe morto, povero e disperato, nella periferia della periferia del mondo. Se Diego Armando Maradona adesso gioca la sua partita più difficile in un posto come quello è perché dalla periferia di Lanus è scappato palla al piede, con una fuga ancora più travolgente di quella con la quale mise a sedere tutta l'Inghilterra in un Mundial che da ragazzino, aveva confessato di sognare . Su di lui, sul suo stile di vita, o sulla sua negazione di questo concetto, ho letto molto e capito poco.
Adesso che siamo al punto in cui tutti dobbiamo tirare le somme di quello che è successo, il conto lo paga solo lui.
Questa è la verità, la sola verità.
Sulle metaforiche nevi del Kilimangiaro rischia solo lui di poggiare le zampe felpate da "Re Puma", lui Hemingway illetterato, genio maledetto di uno sport che non ha più cultura. La sua "vita dannata" potrebbe chiudersi in un sibilo elettronico e il corpaccione informe potrebbe, d'incanto, diventare un' imbarazzante reliquia.
Quando moriva un imperatore asburgico, il feretro sostava fuori dalla cattedrale di Santo Stefano (Szent Istvan la chiamavano i poveri che erano quasi tutti magiari). Il maestro di cerimonia bussava tre volte al portone chiuso ed alla voce che domandava "Chi sei", per due volte rispondeva -"l'Imperatore d'Austria"- e la porta restava chiusa. Alla terza la risposta cambiava in "un povero peccatore" e il portone si apriva.
Per Diego Armando Maradona non occorrerebbero tante complicazioni.
Lassù lo aspettano da tempo e lo conoscono bene.
Dio, ne sono convinto, ama il calcio, altrimenti perché ci avrebbe dato Garrincha e Maradona ? Sarebbero bastati Pelè, Cruyff e Di Stefano.
Campioni facili da amare.
E, soprattutto, da capire.
Non voglio essere blasfemo, ma per me il mondo è una sorta di "videogioco" dell'Onnipotente.
E voglio pensare che quella volta, dopo che all'Azteca Diego Armando Maradona aveva dribblato l'Inghilterra, con le sue guardie a cavallo e il London Bridge, Dio, posando il joy-stick, abbia detto compiaciuto :-"Questa, caro Pietro, mi è venuta proprio bene"-
Adesso non resta che pregare per Diego, per il suo involucro umano che è quello che ci resta, e , soprattutto resta ai suoi cari.
La sua è una tragedia privata che deve essere rispettata come tale, per la quale è giusto scongiurare un epilogo così definitivo come la morte.
Rispettiamolo e tifiamo per lui mentre tenta un ultimo dribbling ad un avversario più duro di Gentile.
L'atleta, il mito, sono da tempo stati rapiti nel paradiso degli eroi e consegnati ad una immortalità che nessuna schifezza chimica, neppure la cocaina, potrà mai distruggere.
Adesso resta l'uomo con un gioco difficile e comune a tutti : la vita.

S.Piero a Sieve, 21 aprile 2004

AGGIORNAMENTO DEL :19/08/2004, 14.17.10 - Il derby del 6-0
La rievocazione di un derby "atomico"... per il Milan almeno.
La Posta del Gufo ne pubblica nuovamente il commento che sicuramente farà piacere ai milanisti e ricorderà agli interisti che ci sono stati anche anni peggiori...





XXX giornata campionato 2000-01

Quando David Trezeguet, sterminatore dei nostri sogni di gloria ai recenti Campionati Europei, ha insaccato il terzo gol della Juventus allo Stadio Artemio Franchi con ciò confermando il sospetto che costui abbia un fatto personale con Toldo, alcuni hanno pensato che fosse possibile un clamoroso colpo di coda del Campionato.
Meno di ventiquattro ore dopo Montella, con uno dei suoi classici gol in cui il difensore che lo contrasta appare in ritardo, ha dato peso alla strana congettura che afferma che chi è in vantaggio di cinque punti a quattro giornate dalla fine ha più possibilità di vincere lo scudetto di coloro che (a parità di altre condizioni) sono cinque punti indietro.
E cinque punti dietro sono i "lazziali" che hanno rumorosamente vinto al San Paolo rimontando due volte (con Crespo) i gol partenopei di Amoruso e poi hanno piazzato con Nedved la botta decisiva rafforzata poi da un altro gol segnato addirittura da Ravanelli che ha miracolosamente trovato posto in quella sorta di Nazionale Argentina in tournèe che è la Lazio del "dopo sblocco extracomunitari".
Il gol di Montella all'Olimpico è arrivato tre minuti scarsi dopo che il "generale" Capello aveva richiamato in panchina Totti per inserire Nakata, a differenza di quanto accaduto a Torino stavolta "il fuoriclasse di Porta Metronia" ha fatto capire molto eloquentemente che non aveva gradito la doccia anticipata e buon per la Roma che il gol all'Atalanta è servito oltre che ad avvicinare sensibilmente lo scudetto anche a raffreddare qualche polemica.
A Firenze la serata è stata grama: Toldo uscito "looking for butterflies" è stato castigato una prima volta dalla sua nemesi calcistica Trezeguet che ha fatto segnare Zidane prodigioso nel tenere basso un pallone non elementare calciando in controtempo e in difficile coordinazione.
Chi ha visto la partita ha detto, e voglio credergli, che fino a quel dannato momento era la Fiorentina che aveva avuto le migliori occasioni con Chiesa nella serata disposto al perdono senza penitenza.
Incassato il primo gol per colpa principale del solo Toldo, i compagni della difesa hanno mostrato lodevole cameratismo ingegnandosi a organizzare una colossale dormita collettiva tanto da far segnare Tudor di testa senza che costui avesse neanche l'onere di saltare per dare il colpo di grazia.
Qui la partita sarebbe stata chiusa, sempre mi dicono, ma la Juve ha Van der Sar che è capace di tutto nel bene (su Chiesa) e nel male regalando, con una comica sbracciata da Gialappa's , la palla dell' 1-2 a marco Rossi che l'ha incornata sulla linea di porta.
Alcuni, forse molti, hanno sperato nella recente consuetudine della Juve di favorire le rimonte avversarie, ma stavolta è andata diversamente e il modo in cui i viola hanno perso lascia molto l'amaro in bocca.
Sarebbe stata davvero una brutta serata, forse la peggiore che si ricordasse da tempo, ci sarebbe stato da maledire la propria squadra e i propri beniamini, sarebbe stato giustificata l'abiura dopo la negazione dell'ultima grande soddisfazione, i tifosi viola avrebbero davvero potuto stramaledire il giorno fatale in cui scelsero i colori cui dedicare il loro amore, per loro fortuna c'è l'Inter le cui gesta e le vessazioni che essa impone ai suoi innamorati non hanno ormai più posto nella sfera del reale e travalicano nel mitologico.
Un supplizio come quello imposto sabato ai tifosi interisti ha pochi precedenti (se non nessuno) nella storia del calcio di ieri e di oggi, se contro l'Atalanta in una gara stravinta gli ultrà nerazzurri avevano fatto volare dal terzo anello una vespa della Piaggio di Pontedera ho temuto stavolta, fatte le debite proporzioni, di veder volare un tram, magari della Breda Ferroviaria di Pistoia per restare nel campo dell'industria meccanica Toscana.
Terribile lo score finale tanto da far pensare che San Siro fosse il centrale del Foro Italico : 6-0 !
Nulla di simile è reperibile nella storia dei derby, né in quella gloriosa assai della società nerazzurra, ma ancora di più è il modo, la nonchalanche con la quale i nerazzurri hanno "preso e portato a casa" quasi che perdere per 6 a 0 un derby sia , tutto sommato, una cosa normale.
Lo scorso anno, di questi tempi, la Fiorentina di Batistuta aveva battuto per 4-0 l'Inter a domicilio e era quella la peggior sconfitta casalinga nella storia quasi centenaria del sodalizio milanese che nel giro di un solo anno ha saputo migliorarsi addirittura contro gli amatissimi cugini.
Il telecronista di telepiù sullo 0-3 aveva sostenuto la possibilità che l'Inter tirasse i remi in barca e che il Milan si fermasse: Josè Altafini, che del Milan è stato uno dei migliori centravanti del secolo, ha subito sentenziato che se l'Inter doveva contare sul buon cuore del Milan per salvare la faccia aveva sbagliato indirizzo.
Per togliere via Sheva che ci aveva preso gusto hanno dovuto attirarlo con una scusa presso la panchina e gettargli un accappatoio addosso tanto l'ucraino si stava divertendo a prendere d'infilata le belle statuine interiste.
E' stata una Waterloo, una Caporetto e buon per noi che c'è l'Inter altrimenti l'amaro in bocca che abbiamo per le nostre squadre non brillantissime sarebbe insopportabile, così invece sappiamo che non è bene lamentarsi per rispetto a chi sta peggio.
Buon viaggio, io anche oggi sono arrivato e non ho tempo né voglia di parlare d'altro; domenica tutto potrebbe decidersi e se la Roma farà il suo dovere è probabile che le altre, per quanto irriducibili, diano un'occhio alla classifica e si arrendano un po' prima del gran finale anche se per noi neutrali sarebbe meglio di no.

INTER

Frey Grave incertezza sul terzo gol che chiude la partita, sul primo e sul secondo non può nulla e para bene su Comandini in girata prima che Collina fischi per il primo tempo.
E' molto nervoso come è logico lo sia chi ha davanti a proteggerlo gente del tipo di quella che ha lui. 5

Ferrari Adesso lo appenderanno a qualche gancio della critica oltranzista.In effetti questo, che era considerabile come uno dei calciatori italiani più promettenti, viene torturato da Serginho e lascia due gol a Comandini. E' molto insicuro quando si tratta di chiudere la marcatura, certo non può sperare di imparare molto dall'agghiacciante Simic 4

Simic Fino al derby era una delle note positive dell'ultima Inter, ma contro il Milan naufraga penosamente di fronte a Shevchenko che, intelligentemente lo porta fuori per creare spazi e poi lo infila. Lo valuto il peggiore della difesa, non perché Sheva lo punisce due volte a partita chiusa bensì perché prima aiuta lo sfascio nascondendosi dietro all'ucraino senza aiutare la difesa e se difendi a zona e tutti s fanno i cazzi propri il risultato è questo. 4-

Blanc Se gli danno una difesa ordinata, garantito che la sa guidare al meglio e che arriva a tempo su qualche necessaria chiusura, ma quando si tratta di dover gestire la partita da difensore ed è necessario ricorrere all'agilità è l'uomo sbagliato. Grave che, quando l'Inter ha già la prua al cielo si dedichi solo ai raid offensivi dove, a dirla tutta si procurerebbe anche un paio di sospetti rigori. 4

Zanetti Irriconoscibile, corre a vuoto e male. Sullo 0-2 nel p.t. mette il sigillo alla sua serata maledetta inciampando in sé medesimo nell'unica bella zione nella quale si era guadagnato il fondo.Inutile, come sempre, in copertura. 5=

Gresko Lo noti perché è biondo e corre come un dannato nel p.t. e perché è biondo e si arrende subito nel secondo. Non ce l'ho con lui, ma se fosse degno di giocare titolare in una squadra come l'Inter garantito che i tedeschi avrebbero trovato il modo di naturalizzarlo per la Nazionale, invece è ancora …slovacco. 4

Dalmat Fumoso, frenetico e inconcludente nel complesso. Nel p.t. si guadagna qualche merito facendo mollare a Rossi un pallone sul quale segnerebbe Vieri se, complice Collina, maldini figlio non lo stendesse a tre metri dal gol. Doveva essere la partita della consacrazione invece delude molto anche se non solo per colpa sua. 5

Farinos Si fa male presto, ma prima non brilla. Ma siamo sicuri che sia quello che nel Valencia demolì il centrocampo di Lazio e Barcellona ? s.v.
Di Biagio Malissimo. Del calciatore della Roma ordinato e tignoso è rimasta solo la seconda componente che lo porta a scarponare molto e molti. Prova qualche punizione e non la indovina mai se non con qualche ridicola telefonata a Rossi. Attenzione a confermarlo… 4

Vieri Predica nel deserto, incorna frontalmente la difesa milanista ed è l'unico a meritarsi un onesta sufficienza. L'Inter accentra il gioco e lui viene soffocato nonostante l'impegno commovente. Spreca molto fiato a maledire Recoba che, palla al piede, gli corre incontro contribuendo ad annullarlo più di quanto possa Costacurta. Maldini lo spiana da dietro mentre sta per pareggiare e Collina dimostra che la sua fama di "miglior arbitro del mondo" non è affatto usurpata.
Per giustificare la sua voglia di andarsene basterebbe questa partita. 6

Recoba Inqualificabile. Faccio pubblica ammenda di averlo indicato fra i miei preferiti in assoluto e di averlo accostato a Del Piero, Totti ed altri di cui tacere il nome è cristiana pietà. Con la Juve era stato molto deludente, col Milan ha fatto tali scempiaggini che ho temuto che Vieri si risolvesse a torcergli il collo.
Calcia tre punizioni dal limite senza centrare non dico la porta ma neanche il giusto impatto sul pallone. Indimenticabile una sua rifinitura in contropiede per Vieri con palla finita in tribuna. 3

Cauet Lo mettono per Farinos. Non fa niente di particolare, ma sembra impegnarsi. 5

Seedorf Entra e da subito dopo ogni spunto assume una starna postura : mani sui fianchi e busto piegato in avanti come chi non riesca a rompere il fiato. Perde molti dribbling che inizia a capocchia quando dovrebbe invece lanciare alla svelta, difficile credergli ancora, anche se , quando entra lui, l'Inter è già uscita da un pezzo. 4

MILAN

Rossi Gli scappa di mano un tiro di Dalmat, ma Collina salva su Vieri malmenato dal figlio di Cesare Maldini, poi una costante insicurezza nelle uscite e non deve parare nulla se non due punizioni da lontano. 6

Roque Junior Lieta sorpresa, non soffre troppo Vieri e lo mena quando viene da lui menato, però è un po' troppo disinvolto e con un arbitro diverso da Collina potrebbe provocare due rigori più clamorosamemntee ingenui che netti. 6+

Maldini Perfetto contro i fantasmi. Nulla di particolare da ricordare se non il fatto che non ricordo errori e di strafare non c'era bisogno. 7

Costacurta Poveraccio gioca con le stampelle ma per tenere botta i migliori alleati sono proprio quelli dell'Inter. Si impaccia solo quando deve sbrigarsela in agilità, ma con il suo senso della posizione e attaccato come lo attacca l'Inter potrebbe durare altri vent'anni. 7

Sergihno Vederlo sulla sinistra da' l'idea di un rasoio che tagli la seta, di un proiettile in un panetto di burro, di qualcuno in motoretta contro gente a piedi. Risulta devastante da subito anche se non è che all'Inter si diano troppa pena per lui che in un derby offre tre assist prima di segnare da solo su assist di Sheva in una difesa interista ormai inesistente. Grande prestazione, non voglio merito alcuno, ma se vi ricordate ho sempre detto che quando attacca sembra buono. 8,5

Helveg Il più anonimo del Milan. Forse non è un caso che sia già dell'Inter. 6

Giunti Dicono che sia lento, ma a me piace perché sa giocare a calcio ed è perfetto nel pilotare il centrocampo del Milan che è pur sempre un reparto, contro quell'accozzaglia di malaccorti ognuno dei quali giocava per sé e che Tardelli ha inutilmente cercato di far passare per il centrocampo dell'Inter.Non ricordo di lui un errore e la fortuna lo premia facendogli segnare il 3-0 su punizione. Senz'altro fra i migliori. 7,5

Gattuso E' un motorino in continuo movimento, picchia e tampona sempre per primo: è fondamentale in una squadra di lentoni come il Milan. Pecca ricercando lo stile in un insistito palleggio difensivo per prepararsi una "bicicletta" che regala la palla a Dalmat e procurerebbe per un errore di Rossi il rigore del pari all'Inter (Maldini su Vieri). Per sua fortuna Collina sbaglia ancora più di lui, di Rossi e di Maldini e sul rilancio sbaglia pure il segnalinee lasciando giocare Serginho che era in fuorigioco, così il Milan raddoppia, l'Inter affoga e nessuno mai si ricorderà dell'unica scemenza di Gattuso nel "derby del 6-0" 7-

Kaladze All'inizio sembra un corpo estraneo poi prende vigore e a regime corre lento ma costante come un diesel e ha un bello spunto per far segnare a Sheva il 5-0. Bravo soprattutto a non reagire su qualche gratuita scarpata di di Biagio e Seedorf nell'umiliante epilogo interista. 7

Shevchenko Come un caimano sonnecchia sulla riva della partita limitandosi a far sbagliare posizione a Simic che per seguirne le mosse apre spazi ad altri, quando sente l'odore del sangue e l'Inter oramai boccheggia scivola nell'acqua del derby e lascia due brutti segni alla difesa nerazzurra che ormai sbandava paurosamente.
Dopo la doppietta per farlo uscire Maldini deve fare la voce grossa in quanto Sheva voleva banchettare fino in fondo col cadavere dell'Inter, è un predatore e lo si sapeva, ma non è elegante infierire a quel modo. Grande istinto del gol. 7+

Josè Mari Entra per Sheva e non infierisce s.v.

Comandini La sorpresa del derby. Apre e chiude la partita con due botte (sinistro in caduta e colpo di testa a incrociare) di esecuzione perfetta, ma in una solitudine da "Mare della Tranquillità" su due assist di Serginho. Nel finale del tempo su assist di Sheva si gira impiegando un terzo del tempo rispetto a Blanc e centra Frey con la girata del 3-0.
Poi si spenge lentamente non avendo i 90', comunque una grande prestazione per un esordiente nel derby di Milano. 8





AGGIORNAMENTO DEL :01/08/2004, 17.06.20 - IL LIVORNO - di Sandro Picchi
Quest'anno torna in Serie A il Livorno, ho pensato di celebrare questo avvenimento con questo bel pezzo di Sandro Picchi dedicato alla squadra labronica




Il Livorno si era salvato all'ultimo tuffo, nel campionato 1941-42. Si era salvato battendo il Milan allenato da Magnozzi, che era il simbolo del calcio livornese. Lo chiamavano "motorino", Magnozzi. Era stato operaio nei cantieri Orlando e quando, nei primi anni Venti, aveva osato chiedere soldi al Livorno sotto forma di rimborso spese, era stato cacciato "per aver offeso la purezza dello sport". Poi era tornato, diventando un campione. Magnozzi era il trascinatore della squadra amaranto che allora giocava a Villa Chayes, luogo del mito.
La famiglia Chayes aveva concesso uno spazio nel suo parco non prima di aver riflettuto a lungo sulle proteste di un generale la cui quiete sarebbe stata gravemente compromessa dall'esercizio del football.
Il campo di Villa Chayes divenne una fortezza inespugnabile, e chissà se questo avrà in qualche modo ripagato il genera-le per il disturbo arrecatogli.
Le campane della vicina chiesa di San Jacopo erano - così si dice - il segnale della riscossa.
Rintoccavano per l'ora del vespro, che a volte coincideva con le fasi decisive della partita, e se il Livorno non vinceva il grande Magnozzi compiva il rito: al suono delle campane si asciugava il sudore con il fazzoletto bianco che teneva sempre legato attorno alla mano destra, si rimboccava le maniche e guidava l'assalto.
La gente andava al campo aspettando quel suono e quella scena. Il calcio era molto seguito. In città lo aveva portato Domenico Carmichael, il figlio del console inglese, prima di emigrare, uomo di mondo, in Malesia. "Meni'o", come i livornesi chiamavano con molta confidenza Carmichael, organizzò in piazza Magenta la prima partita di calcio della storia labronica contro una selezione di marinai inglesi, largamente vittoriosi.
Anno 1904.
Ma torniamo ritorniamo al campionato 1941-42.
Magnozzi, dunque, aveva assistito alla salvezza del suo Livorno - sempre sarebbe stato suo - dalla panchina del Milan ed è facile supporre che ne fosse lieto. Evitata la serie B per un pelo, il Livorno del presidente Bruno Baiocchi aveva preso pochi ma avveduti provvedimenti per evitare nuovi rischi.
Era arrivato un nuovo allenatore, Ivo Fiorentini, proveniente dall'Ambrosiana, e con lui qualche giocatore: Lovagnini, Soldani, Miniati e soprattutto Degano e Raccis che sarebbero stati determinanti nel miracoloso campionato che andava a incominciare. Nessuno si aspettava che il Livorno ne diventasse protagonista.
Era un campionato di guerra, l'ultimo prima della sospensione. Il Livorno aveva da tempo abbandonato Villa Chayes per il nuovo stadio dell'Ardenza, intitolato a Edda Ciano Mussolini, figlia del duce, moglie di Galeazze, ministro degli Esteri.
I Ciano erano i potenti di Livorno ai tempi del fascismo. Lo stadio era stato inaugurato nella stagione 1933-34, costo complessivo 4 milioni e 200mila lire. Sempre gremito di pubblico. Il pubblico non è mai mancato, a Livorno.
La squadra di Fiorentini vinse le prime sei partite, uno straordinario e inatteso rush iniziale che la portò sola al comando, ebbe qualche momento di cedimento (la sconfitta in casa con la Juventus), seppe compiere prodezze indimenticabi-li come la vittoria per 2-1 sul campo del Torino (reti di Zidarich e Degano), il Torino che era l'avversario diretto per il titolo e che sarebbe diventato il Grande Torino. Ma soprattutto - questo miraco-; loso Livorno - seppe unire la forza di carattere, la volontà, il temperamento alle qualità tecniche. La lotta tra gli ama-ranto e il Torino fu incertissima, i grana-ta riuscirono a recuperare i punti di svantaggio, che erano quattro a sette giornate dalla fine, con una serie di sei vittorie consecutive.
All'ultima giornata di campionato le squadre erano separate da una sola lun-ghezza: Torino in testa a quota 42 punti, Livorno secondo a 41.1 granata giocava-no a Bari, i toscani ospitavano il Milan, anzi il Milano come era obbligo chiamar-lo in quell'epoca.
Il Bari lottava per la salvezza, il Milano aveva una tranquilla posizione di classifica. A cinque minuti dalla fine di quel campionato il Torino era inchiodato sullo zero a zero a Bari mentre il Livorno vinceva comodamente (3-1) la sua partita. Spareggio, quanto meno spareggio.
Ma Valentino Mazzola : segnò e lo scudetto uscì da Livorno.
Ne uscì, si direbbe, per sempre.
Quel campionato gloriosamente non vinto ha pesato per anni sul calcio livor-nese. Grande occasione perduta, unica in una storia che sarà segnata poi da delusioni, fallimenti, chiusure e rinascite, il campionato di guerra, il campionato di Stua e Raccis, di Piana e Traversa, di Tori e di Capaccioli, di Degano e di Zidarich,è stato il punto di riferimento, il termine di paragone, il fiore all'occhiello, la nostalgia, la leggenda.
Una leggenda costruita sul profumo di una indimenticabile vittoria sfumata.

Da "DIZIONARIO DEL CALCIO ITALIANO"
a cura di Mario Sappino
Baldini & Castoldi Editore
Pagg. 925-926

AGGIORNAMENTO DEL :25/07/2004, 19.09.02 - Il terzo settore


Non dimenticherò facilmente la sessione di prove ufficiali del Gran Premio di Germania edizione 2004.
E non credo che sarò il solo.
Quello che ha fatto sul tracciato di Hockeneheim, fra le cui foreste di querce perse misteriosamente la vita il grande Jim Clark, Michelone Schumacher ha alzato di molto l'asticella in una inpotetica scala di paragone per i suoi avversari ed i suoi denigratori.
Schumi
Coloro che (gratis o a pagamento) gufano la Ferrari, dopo la fine delle prove hanno inguainato lingue e penne avvelenate dal dubbio e dall'astio e si sono disposti ad un altro pomeriggio di passione.
Che è arrivato puntuale.
Ma "Michelone" il meglio di sè lo ha dato questo indimenticabile sabato pomeriggio, in quel tratto di pista che porta dal Motodrome al traguardo e che gli addetti ai lavori chiamano "terzo settore".
Nei primi due settori, infatti, Jenson Button, Kimi Raikkonen, Juan Pablo Montoya, Fernando Alonso, David Coulthard, Jarno Trulli, lo stesso Barrichello erano a pochi centesimi di secondo da "Michelone" , che nel terzo settore aveva messo le ali alla sua Ferrari trasformando quei centesimi di ritardo in mezzo secondo di vantaggio.
Bastava guardare le facce sconsolate ed incredule di Briatore, David Richards, Ron Dennis con i cronometri ciondolanti dal collo e gli occhi persi per capire che quel terzo settore, per loro, era di troppo.
Adesso potranno dire di tutto, ma quello che la Ferrari di "Michelone" ha fatto vedere dopo il toboga, sui curvoni veloci ha messo definitivamente la parola fine a tutti i discorsi, perchè ha mostrato che non solo quel cyborg bionico formato da Schumacher e dalla F1-2004 è imbattibile sulla lunghezza di un GP (cosa di cui qualcuno dopo 11 vittorie in 12 GP potrebbe cominciare ad avere il sentore...) ma che è capace di dare mezzo secondo a tutte le avversarie su un terzo di giro !
E questo è davvero troppo, anche se non mi sono mai divertito tanto.

AGGIORNAMENTO DEL :24/07/2004, 18.51.50 - La stirpe di Romeo
Non sempre i calciatori sono stati mammolette attente al look "giusto", oppure hanno cercato di mostrarsi "duri" a forza di tatuaggi...





In un derby Inter-Milan di tanti e tanti anni fa, arbitrato da Lo Bello, Romeo Benetti entrò in maniera gagliarda su Boninsegna, il quale, ripresosi dalla "tranvata", inseguì il mediano milanista per il campo e su un rinvio del portiere colse al volo l'occasione e saltò su Benetti, da dietro, con entrambi i pugni tesi verso il basso, ergo, verso la testa e la faccia del Benetti stesso che crollò a terra stordito.
L'arbitro Lo Bello, che doveva essersi accorto di qualcosa, si avvicinò a Benetti e gli chiese cosa fosse successo e chi gli avesse così deliziosamente decorato lo zigomo destro.
In piedi accanto a loro stava Bonimba, e Romeo Benetti rispose all'arbitro in veneto : "Xè sta el zogo ..." (E' stato il gioco).
Questa cosa, cui ho a suo tempo assistito scovata da una moviola di Carlo Sassi alla DS, l'ho recentemente riletta in un libro di Brera che riporta la cronaca di tanti Derby Milan-Inter e credo che andrebbe fatta leggere a tutti quei "fighetti" che chiedono l'ammonizione dell'avversario durante la partita.
Peccato che la stirpe di Romeo si sia estinta

AGGIORNAMENTO DEL :23/07/2004, 13.34.10 - Bentornato "Zdengo"


Vi ripropongo questo ritratto di Zdenek Zeman, scritto ai tempi della sua sfortunata avventura napoletana, e che miracolosamente ha mantenuto intatta la sua freschezza.
Speriamo che porti fortuna al Lecce e a Zeman.
Gli auguri sono sinceri.




Zeman Zdenek Zeman, boemo, allenatore dell’impossibile
Sia chiara la mia posizione : non condivido il suo estremismo, penso che il gioco del calcio non possa prescindere dall’avversario specie se l’avversario ha calciatori migliori dei tuoi e soprattutto credo che ci sia modo e modo di perdere.
Nonostante questi distinguo, l’uomo mi e' simpatico e di solito non e' uno che dice cose scontate o banali, ha la battuta pronta e ride poco, se sbaglia la forma spesso ho il dubbio che la sostanza sia giusta, ma ora parliamo di calcio.
Esplode nel dopo-Sacchi quando chi non predicava il gioco per il gioco era guardato come una mummia e il credo era quello di affrontare alla pari il Milan o la Salernitana : con lui nascono il Professor Scoglio, Maifredi, Orrico, Galeone tutta gente che, avuto il proprio quarto d’ora di notorieta', ora si occupa d’altro o di nulla del tutto.
Di tutti e' sopravvissuto solo lui, che onestamente era l’unico con delle solide basi e la fede folle di chi finisce sul rogo piuttosto che abiurare, diventa famoso nel ‘91-’92 ; Sacchi era andato da Sua Emittenza il Cavaliere dicendogli che di Van Basten ne aveva piene le palle e che lo considerava cedibile, con il garbo del Grande Comunicatore il Berlusca fece in modo che Sacchi gli consentisse una replica e lo convinse a prendersi un "anno sabbatico" in attesa di far bene in Nazionale.
Van Basten rimase al Milan e come ho detto e ora ripeto per i fedeli Berlusca, se fosse vero il "sacchismo" , il Berluska avrebbe fatto una cazzata storica: per il 'sacchismo' sarebbe stato come se Hitler avesse licenziato Rommel per tenersi un carro armato.
Il calcio senza Sacchi e' però carente di personaggi, Maifredi si e' carbonizzato alla Juventus dove e' riuscito nella storica impresa di non qualificare la squadra bianconera per le Coppe, Orrico fa lo stesso all’Inter dove il suo calcio ‘atomico’ si affloscia subito e esce come personaggio questo Zeman che a Foggia fa bene e diverte a tal punto da diventare un paradigma del calcio spettacolo; nasce "Zemanlandia" sponsorizzata da Franco Strippoli il "re del riporto" , a Foggia Zeman lancia Di Biagio, Baiano, Signori, Padalino e altri che ora mi sfuggono, vince e perde ma sempre dando spettacolo.
Il Foggia si salva e all’ultima giornata riceve il Milan di Capello, imbattuto e imbattii'bile, gia' Campione d’Italia da un mese, i foggiani si lanciano all’offensiva, il credo di Zeman e' semplice e li esalta : il Milan e' come il Licata lo si può battere e per batterlo si deve attaccare.
Il Foggia va in vantaggio e ci resta, poi il Milan, punto sull’orgoglio e senza patemi di nessun genere picchia per far male, finisce 8-2 per i milanesi, e nessuno sottolinea che spettacolo e' stato ma l’ha dato il Milan, infatti quando la gente pagava per vedere gli allenamenti di Muhammad Ali', che fu anche Cassius Clay, lo spettacolo lo dava il pugile non il punching-ball !
Con questo equivoco nasce l’elogio della sconfitta, anzi della disfatta, purche' nata sotto l’egida del bel gioco e Zeman ci sguazza, l’anno dopo gli vendono tutti quelli buoni e lui riparte con gente semisconosciuta che corre in frenesia e sfiora l’UEFA.
Lo prende la Lazio e qui il materiale e' buono, prima che me lo ricordiate voi va detto di un 8-2 inferto alla Fiorentina di Ranieri, altro amante del "bel perdere", però i 3-4 in casa si sprecano e una volta a Torino la Juve gli rimonta da 0-2 a 4-2 per tacere di altro; Cragnotti spende e spande ma la Lazio non decolla, il Presidente si rompe gli innominabili e Zeman viene fatto fuori, gli subentra Zoff e la Lazio rimontera' fino al terzo posto.
E il boemo ? Finisce sull’altra sponda del Tevere :alla Roma ed esordisce con un calcio stordente che esalta gli entusiasti tifosi giallorossi reduci dal calcio-camomilla di Carlos Bianchi: e' amore a prima vista, poi quattro-derby-quattro persi contro i cugini raffreddano molti slanci e qualcuno si domanda se prendere sempre i soliti gol sia davvero indice di modernita' d’impostazione.
La sua parabola romana si conclude con due deludenti qualificazioni UEFA ed una collezione di sconfitte incredibili fra le quali la perla e' un Roma-Inter : 4-5 che, a conti fatti, costa la Scempionslig; Sensi prende Capello e tanti saluti al boemo.
Fin qui una cronistoria, ora parliamo del personaggio : e' un integralista, un ayatollah del gioco o sei con lui o contro, per lui Aldair o Servidei pari sono, con lui esplode Del Vecchio che e' un generoso e Di Francesco e Di Biagio vanno in Nazionale assieme a Tommasi, ma per questi valorizzati quanti mai sono comprati spariti: Tetradze, Pivotto, Bartelt, Aleinichev , Tomic, e chissa' quanti mi sfuggono.
Una volta a Milano con l’Inter per amore del 4-4-2 puro fece marcare in linea Ronaldo e quando entrò Roberto Baggio fu una mattanza, ma lui non si turbò : Roberto Baggio o Cauet si affrontano allo stesso modo questa e' l’idea, peccato che Baggio non lo sappia.
Ha fatto del buono, per esempio con lui, dicono, e' cresciuto molto Totti, ma a Napoli non ha voluto Baggio che non si addice al suo gioco e ora qualcuno gli presentera' il conto dicendo : "c’erano i soldi e lui non l’ha voluto" e per lui, novello Savonarola ultimo sopravvissuto di una schiera di eretici, gia' scoppietta il fuoco purificatore del rogo.
Non sono un tecnico per cui non mi sentirete parlare di tattiche, però l’ho visto mettere in crisi molte squadre piu' forti attaccandole a pieno organico con calciatori che andavano a mille, poteva indubbiamente funzionare qualche volta questa eresia del correre all’assalto poi, però ,trovavi il Milan di Capello e le contavi a due a due.
Cosi' Zeman si e' fatto l’immagine dello stregone di colui che cava sangue dalle rape, in effetti con lui sono arrivati in alto calciatori solo volenterosi, ma le sue squadre hanno, Foggia a parte, raccolto meno del preventivato e molte volte hanno pagato caro una o due sconfitte nei momenti decisivi dovute al fatto che l’avversario c’e' e a volte ne devi tenere conto cosa che a "Savonarola" Zeman non entra in testa.
Ora e' a Napoli: il sospetto che Ferlaino e Corbelli, che sembrano il gatto e la volpe, ce l’abbiano messo a bella posta e' grande, i due si sono detti : "soldi non ce ne stanno, ci vorrebbe nu fesso che non ci fa accattare giocatori, e se va bene siamo dei geni, se va male lo cacciamo e diamo la colpa che la squadra l’ha fatta lui" : Zeman sembra fatto apposta per la bisogna: fa con quello che ha, ha fama di non amare i campioni, spreme le scamorze e se va bene può anche bastare.
Per ora non basta, perde con la Juve meritando assai di piu', fa risorgere l’Inter mostrando una fragilita' difensiva inquietante, frana col Bologna del suo ex-pupillo Beppe Signori confermando al mondo il fatto che Zeman considera la difesa e i suoi annessi una noiosa componente del gioco del calcio che e' meraviglioso giocare nell’altra meta' campo con le sovrapposizioni sulle ali e le percussioni degli interni sempre lanciati in verticale.
Purtroppo per Zeman le meta' campo si chiamano cosi' perché per fare un campo di calcio ce ne vogliono due: una per il divertimento della tua squadra, l’altra per far attaccare gli avversari, e la devi presidiare, occuparne gli spazi, disseminarla di trappole per evitare che gli altri vi scorrazzino a loro piacimento: il calcio e' infatti un gioco "militare" devi sfruttare lo spazio nel tempo migliore, non puoi scagliarti soltanto all’arma bianca contro i reticolati o l’artiglieria.
In Crimea, c’e' un posto sfigato chiamato Balaklava, moltissimi anni fa, diciamo a meta' del secolo scorso, fu teatro di una battaglia fra inglesi e russi: la brigata di cavalleria leggera di Sua Maesta' Britannica comandata da Lord Cardigan fece una carica all’arma bianca contro l’artiglieria russa trincerata. Fu un massacro, i cavalleggeri britannici entrarono nella leggenda per la via piu' diretta : era la "carica dei 600".
Un osservatore neutrale osservando l'eccezionale coraggio dei cavalleggeri che caricavano sotto le cannonate commentò :-"E’ meraviglioso, ma non e' la guerra…-", potremmo dire lo stesso a Zeman :-"c’e' chi si diverte ,ma il calcio e' un’altra cosa…"-
E a cavallo contro i cannoni, calcisticamente parlando, e' meglio non andarci.

AGGIORNAMENTO DEL :20/07/2004, 21.31.32 - Due anni dopo
Due anni or sono, quasi precisi, scrivevo queste note dettate da un'amarezza infinita.
La Fiorentina non esisteva più.
E' bello ed è anche giusto ricordarselo oggi, quando molti dicono che la Fiorentina "è tornata".
Per me e per tanti altri non era mai andata via, al massimo era in trasferta.
Grazie a tutti ed in particolare a Bruno, tifoso giallorosso (ma nessuno è perfetto...): allora mi disse che avrebbe conservato questo scritto per restituirmelo quando la Fiorentina sarebbe tornata in Serie A.
E lo ha fatto.




Adesso si può dire : la crociata per il salvataggio della Fiorentina è andata male, in compenso ha avuto (quasi) completo successo quella per la sua estinzione.

L'importante è raggiungere il risultato dice qualcuno.

Adesso che il risultato è raggiunto, in una ridda di Fax dalla Colombia (!) risultati falsi , presunti interventi taumaturgici di supermanager dal tocco fatato che già in altri ambienti hanno dato prova della loro valentìa, assicurazioni di salvataggi in extremis da parte di fantomatici "Grandi Vecchi" , adesso che tutto appartiene al passato lasciatemi fare i ringraziamenti dovuti a chi ha partecipato a vario titolo alla storia della Fiorentina.

Quindi grazie a :

° Giancarlo Antognoni che da calciatore ci ha resi orgogliosi di essere viola;

° Luciano Moggi che, da dirigente della Juventus, ha dichiarato di avere aiutato la Fiorentina comprando Moretti togliendoci così ogni remora nei suoi confronti;

° Adriano Galliani che, da Presidente della Lega, ci ha dato ragione di quando a Firenze non lo potevamo vedere da dirigente del Milan;

° Gabriel Omar Batistuta per le volte che con i suoi gol ci ha fatto prendere a pugni il cielo;

° Kurt Hamrin che per chi ha la mia età è un ricordo felice anche se lontano;

° Fulvio Bernardini e Bruno Pesaola per due scudetti come non ne rivedremo più e non solo noi;

° Ai Presidenti Befani e Nello Baglini per lo stesso motivo;

° Luciano Chiarugi per tutti i rigori che si è fatto assegnare da giocatore e per non essere scappato nell'ultimo anno;

° Julio Botelho, detto Julinho, per averci portato la parte buona del Brasile;

° Socrates Sampaio Viera de Souza de Oliveira per essersi fatto chiamare solo Socrates e per averci mostrato che non tutti i brasiliani sono uguali;

° Daniel Ricardo Bertoni che una domenica di quasi vent'anni fa mostrò alla Juve che avrebbe fatto meglio a non fidarsi di Caricola;

° Enrico Albertosi ed alla sua maglia grigia col giglio che tanti anni fa mi fece finire l'album delle figurine;

° Silvio Berlusconi per non averci salvato al suo prezzo;

° Roberto Mancini per essere tornato alla Lazio;

° Mario Sconcerti per non essersi più fatto sentire, che almeno questa è una buona notizia;

° Mamma Valeria Cecchi Gori per aver lasciato il suo Vittorio figlio unico;

° Tutti gli amici, tifosi di altre squadre, che hanno, a vario titolo e in vario modo, ma sinceramente partecipato al nostro dispiacere;

° Tutti gli amici, tifosi di altre squadre, che hanno meno sinceramente partecipato al nostro dispiacere, anzi quasi "ci hanno avuto gusto" e così facendo ci liberano dallo scrupolo di "gufare" con passione;

° La Federazione inglese che decretando la chiusura dello Stadio Imperiale di Wembley ha fatto sì che l'unica squadra italiana ad averci vinto "in trasferta", oltre alla Nazionale, resterà per sempre la Fiorentina;




Infine, anzi soprattutto, un enorme grazie a :


° Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Orzan, Segato, Julinho, Gratton, Virgili, Montuori, Prini, Toros, Bartoli, Mazza, Carpanesi, Scaramucci, Superchi, Rogora, Mancin, Esposito, Ferrante, Brizi, Chiarugi, Merlo, Maraschi, De Sisti, Amarildo, Bandoni, Stanzial, Cencetti, Rizzo, Pirovano, Danova e Mariani.



perché grazie alle vittorie dei due scudetti cui hanno contribuito giocando con la maglia viola avranno fatto sì che la Fiorentina non sarà mai dimenticata del tutto, perché almeno quelli non li potranno cancellare.



Firenze 2-agosto-2002





Un solo pensiero finale: due anni fa Angelo Di Livio decideva di restare a Firenze, in C2.
Un mese e mezzo prima Angelo Di Livio giocava ai Mondiali, di lì a tre mesi avrebbe conosciuto il brivido di giocare a Poggibonsi.
Oggi lo stanno cacciando via, e la colpa secondo il DG Lucchesi sarebbe solo sua e della sua sconfinata avidità.
Lucchesi si sa merita la fiducia di chi voleva convincerci che i Rolex sono un "regalo poco impegnativo" per i suoi amici arbitri.

Decisamente il calcio di oggi non fa più per me.

AGGIORNAMENTO DEL :19/07/2004, 13.10.41 - Un grande arbitro : Karoly Palotai
Di tutti gli arbitri che ho visto quello che più mi è rimasto in mente è senz'altro l'ungherese Sandor Palotai che era stato campione olimpico nel '64 a Tokio giocando da centrocampista.
E' stato un grande arbitro, uno dei migliori in assoluto e, essendo stato un ex giocatore, anzi un 'signor' ex-giocatore, conosceva tutti i 'trucchi' e le malizie dei suoi ex-colleghi e le sanzionava con fermezza e decisione.
Mi ricordo in particolare una partita di fine anni '70, in Coppa Campioni, mi ricordo che c'era il Real Madrid e credo si giocasse in Germania, forse ad Amburgo, in quel Real giocava all'attacco Juan Gomez più famoso come Juanito.
Juanito, scomparso un paio d'anni fa in un incidente stradale, era quello che si potrebbe definire un 'figlio di buona donna', gran provocatore, sobillatore, simulatore e quant'altro si può dire di negativo di un attaccante comunque grande, e molto.
Il Real che aveva vinto all'andata, aveva trovato duro al ritorno ed era a rischio eliminazione ad un certo punto, con la palla lontana si accese una mischia, subito Juanito si mise in luce sbraitando, saltando a destra e sinistra, spingendo e strattonando per la maglia e facendosi strattonare.
C'era per terra un madrileno che pareva morto e Juanito affrontava Palotai e sembrava Marco Antonio di Shakespeare nel discorso sul corpo di Cesare, la discussione andava avanti e Palotai osservava tutto restando in silenzio e annuiva con calma alle vibrate proteste dello scatenato spagnolo che con il pallone fra le mani spiegava all'arbitro quello che era successo consigliandogli le adeguate misure repressive.
Palotai lo ascoltò poi, con calma, estrasse il cartellino giallo e lo sventolò sotto il naso di un paio di tedeschi mettendoli sull'attenti, a questo punto Juanito parve soddisfatto e si avviò per riprendere il gioco, ma Palotai era fermo sugli attenti e aspettava, aspettava che lo spagnolo che sembrava morto rinvenisse e mostrò con un gesto misurato anche a lui il cartellino giallo.
Mi pare di vederlo ora Juan Gomez detto 'Juanito' che voleva riprendere il gioco con il pallone in mano e Palotai che ancora non fischiava, e con cura riponeva nel taccuino il cartellino giallo e poi con calma e prendendo il suo tempo richiamava a sé lo spagnolo come fosse un vecchio amico cui chiedere consiglio e quando Juanito si trovò di fronte a lui nella sua mano come fosse stato Silvan, voilà ecco il cartellino rosso.
Juan Gomez detto 'Juanito' lasciò cadere la palla e uscì tranquillo come non aveva mai fatto nella sua carriera e come forse non avrebbe fatto più in vita sua nella sua grande carriera di calciatore.
All'epoca non c'erano tanti replay e tante telecamere, ma qualcosa Juan Gomez detto 'Juanito' aveva combinato e quel qualcosa Palotai (e forse solo lui) aveva visto e l'aveva buttato fuori perché per Palotai il Real Madrid era uguale al Pontassieve e Juanito valeva Pergolini mezzo destro della Rufina.
Averne anche oggi di arbitri così.

AGGIORNAMENTO DEL :16/07/2004, 15.39.54 - Pedro

AGGIORNAMENTO DEL :11/07/2004, 15.55.40 - NO, NON E' LA BBC...

questa è la RAI, la RAI-TIVVI' ! "
Sono passati ad occhio e croce trent'anni da questo tormentone radiofonico, e la RAI , da allora, ha davvero fatto passi da gigante.
Non so se in avanti.
Sono fra gli scemi che pagano il canone, quindi, credo di avere il diritto di dire qualcosa, senza voler offendere nessuno e senza sentirmi zittire dai saccenti conduttori della TV nazionale che ci spiegano i Gran Premi.
Sabato pomeriggio, come sempre quando posso, ho assistito alle prove del GP d'Inghilterra, a Silverstone, e dopo essermi sorbito i soliti discorsi sulla noia, sullo strapotere delle rosse, sulle trovate di Briatore per movimentare i Gran Premi e aumentare lo spettacolo, i nostri amici della RAI hanno passato il segno.
Al momento in cui Kimi Raikkonen (che ha l'espressività di una melanzana bionda e quindi non credo possa conquistare per simpatia e "savoir-faire"...) ha strappato la provvisoria "pole position" a Barrichello il conduttore ha addirittura esultato !
E lo stesso ha poi tifato allo stremo delle forze (e del buongusto) per Jenson Button stacciandosi le vesti quando l'inglese si è dovuto accontentare del terzo posto in griglia.
Ora, io credo, che sia l'ora che qualcuno dica qualcosa.
Basta.
Sopportiamo le "gufate" (sempre a favore di spettacolo, si capisce) quando le Ferrari sono in testa, sopportiamo gli sproloqui di Briatore, che invidiamo per altre cose non certo per la lucidità e l'equidistanza dei ragionamenti che, a volte possona apparire leggermente "pro domo sua", ma sentire un telecronista italiano esultare per la "pole position" di un pilota finlandese, al volante di una vettura anglo-tedesca mi sembra decisamente troppo !
So che diranno che "è per movimentare la cronaca", per uscire dalla "noia del dominio rosso" ed altre amenità del genere, ma non credo che nei ventuno (dicasi ventuno) anni di dominio inglese in F1 un telecronista della BBC abbia mai esultato per la pole di una Ferrari !
Siccome sono uno degli scemi che paga il canone ho voluto dirvelo: potessi lo pagherei più volentieri alla BBC.
Senza offesa per nessuno, senza voler chiedere la testa di questo o quel giornalista, di questo o quel commentatore, solo per fare il punto ed avvertire che si sta passando il limite della sopportazione.
Per fortuna che poi, le "rosse" rimettono sempre le cose a posto.
Alla BBC, saranno contenti.

AGGIORNAMENTO DEL :08/07/2004, 21.37.39 - La lezione del Portogallo
Non conoscere la storia del calcio è ammissibile.
Da tempo mi sono rassegnato al fatto che nel calcio "usa e getta" di adesso il presente sia già obsoleto e che dal passato nessuno si sogna di imparare qualcosa.
Stavolta è toccato al Portogallo.
Da tempo i ragazzi di Felipao Scolari, non a caso un brasiliano, erano trattati da Campioni d'Europa.
Un movimento calcistico dal cuore ribollente, un intero popolo aggrappato all'Europa ma con profonde radici atlantiche che sembra quasi sporgersi dal Vecchio Continente verso un Nuovo Mondo e nelle cui vene viene pompato il sangue caldo e musicale dell'Africa, aspettava questo 4 luglio da sempre.
Il vecchio, grande, Eusebio, cui da tempo hanno dedicato una statua proprio davanti allo Stadio da Luz, diventava il simbolo, la bandiera, dietro la quale era incolonnato un popolo che dal calcio ha avuto meno del giusto.
Questo benedetto 4 luglio era diventato il giorno per saldare tutti i conti con la sorte,"o fado" come lo chiamano laggiù dove le acque del Tejo, un fiume splendido, si mischiano a quelle dell'Atlantico in uno struggente abbraccio di vento e correnti.
La vittoria con l'Inghilterra, con "l'epos" del portiere eroe che si sfila i guanti, para e poi segna il rigore decisivo, sembrava il giusto viatico per un trionfo che rendesse ragione alla tradizione di un popolo che al calcio ha regalato molto.
Invece la vigilia ha preso a scorrere con un ritmo strano e storto.
L'Olanda saltata di slancio e la temutissima Repubblica Ceca fatta fuori dalla Grecia sono stati il segnale che ha fatto scattare una festa troppo compressa.
Si è ripetuta, in maniera quasi esatta, la storia di "el maracanazo".
Una replica perfetta, di gesti, preparativi, situazioni anche dopo 54 anni, perchè il calcio ha buona memoria.
Allora undici uruguagi, praticamente soli, guidati da un capitano coraggioso ed abbandonati anche dai propri dirigenti, batterono il Brasile, favoritissimo, in un Maracanà già pronto alla festa.
Questa volta gli undici greci non erano soli, ma i portoghesi erano molti di più e credevano, come i brasiliani di allora, di avere già vinto.
E' andata come è giusto che vada in questi casi.
Le partite, quando si vincono, si vincono al 90° o dopo.
La sconfitta del Portogallo, dei portoghesi, è lontana pronipote del "maracanazo", ma ha antenati più recenti.
E' nipote della disfatta dei presuntuosi brasiliani contro gli azzurri in Spagna, della Coppa Campioni passata alla storia per il gol di un certo Magath.
E' figlia della sconfitta dell'Italia sacchiana contro la Repubblica Ceca, quando il vate di Fusignano fece "riposare" mezza squadra per averla fresca contro i tedeschi.
Ogni volta che qualche squadra scende in campo con un risultato che l'ambiente considera acquisito, scatta la regola di "el maracanazo".
Poco ma sicuro che perdi.
E questo Europeo che non ha forse espresso un calcio indimenticabile, passerà alla storia (per chi la considera), proprio per le lezioni inferte a miliardari dal look vincente da ragazzi tosti e decisi.
Spagna, Italia, Germania, Inghilterra, Francia, Repubblica Ceca; una dopo l'altra le favorite sono passate in cavalleria ed alla fine hanno vinto, forse non i più forti in assoluto, ma quelli che in queste tre settimane hanno saputo dare il loro meglio.
Ho letto che il loro CT, Rehagel, è stato paragonato a Filippide.
Sono stati anche onesti, e intelligenti i greci: non hanno paragonato la loro vittoria ad un gesto soprannaturale, ma ad un'umile e tragica fatica.
Hanno lasciato da parte l'Olimpo, e il pelide Achille, ed hanno confrontato la loro vittoria all'impresa di un umile fante passata alla storia col nome del luogo dal quale raggiunse, sempre correndo, Atene: Maratona.
Li ringrazieremo mai abbastanza per averci ricordato che il calcio è questo ?
Altro che treccine.