Matthias Sindelar
I piedi di Mozart
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Francesco Parigi
“Dicono che la
sua modestia fosse altrettanto leggendaria della sua
abilità.
Patrimonio dei Grandi.”
[Ràul Woscoff
– Centro Raoul Wallemberg ]-
"Aveva,
sì, struttura atletica, nel senso che era alto, slanciato e che i suoi
lineamenti esprimevano energia e decisione. Ma era
magro, secco, asciutto in modo impressionante. Di muscoli non ne aveva, di consistenza non ne mostrava. Di profilo pareva
piatto, sottile, trasparente, come se – scusate la frase alpina un po’
irriverente che viene in mente – la madre ci si fosse,
per errore, seduta su appena nato. A vederlo giuocare,
si trasformava. Era il padrone della palla, l’artista della finta. Alla
mancanza di fisico sopperiva subito con l’intelligenza. Aveva appreso a
smarcarsi in modo magistrale. Lasciato libero distribuiva, smistava, dettava
temi di attacco, diventava la vera intelligenza della
prima linea. Monti odiava tutti i danubiani,
li metteva in un mucchio solo, ma chi aveva particolarmente in uggia era Sindelar: vedeva rosso, e contro di lui e contro le danze a
base di finte che gli faceva davanti e le continue richieste di penalty, aveva
una paura matta di perdere le staffe”
[Vittorio Pozzo] da www.maniacalcio.com
Quel 3 aprile
1938 Vienna è imbandierata, apparentemente in festa.
Ma le bandiere che ornano tutti gli edifici pubblici,
che sventolano ad una brezza fredda dai balconi delle case del centro, non sono
austriache.
Con teutonica precisione quelle bandiere con la croce uncinata hanno tappezzato
Vienna.
I nuovi padroni sono quelli che i nazisti austriaci definiscono i “fratelli
tedeschi”, coloro che in nome del pangermanesimo hanno “liberato” l’Austria da
sé stessa.
Con quell’invasione, mascherata da annessione
pacifica e che passerà alla storia come “Anschluss”, è iniziata una tragedia che diverrà immane.
I tedeschi non brillano per iniziative che non siano
industriali o militari, ma stavolta hanno deciso di suggellare la
“riunificazione dei popoli germanici sotto la bandiera tedesca” con una partita
di calcio che opporrà la Germania all’Austria.
Questa partita avrà una particolarità: sarà l’ultima volta che in campo
scenderà la nazionale austriaca.
E’ tutto deciso : dopo quest’ultima
partita i migliori calciatori austriaci indosseranno in blocco la divisa della
nazionale tedesca, sul petto della quale spicca la svastica, e insieme ai
“fratelli tedeschi” conquisteranno il titolo mondiale, a Parigi, il giugno
seguente.
L’organizzazione tedesca ha previsto tutto: la Germania
e l’Austria sono arrivate, rispettivamente, terza e quarta ai Mondiali di quattro anni prima, la
selezione tedesca è fortissima, ma manca di esperienza e fantasia, patrimonio
dei calciatori danubiani, e di un trainer esperto
come l’austriaco Hugo Meisl,
l’uomo che ha inventato il “Wunderteam”.
Purtroppo Meisl è morto l’anno prima, ed i tedeschi
non rimpiangono quel signore elegante che, anni una volta, dopo aver presentato
i migliori calciatori del Wunderteam in una gara
amichevole contro la Germania, sottolineò che erano “Lauter Eschechen”
, “tutti Boemi”.
Con l’inserimento dei migliori austriaci, tuttavia, la conquista della Coppa Rimet è possibile.
Per essere precisi, la macchina organizzativa del
Ministero della Propaganda ha previsto “quasi” tutto.
I burocrati tedeschi non hanno per esempio tenuto conto che il più dotato
calciatore austriaco di tutti i tempi, Matthias Sindelar, fosse ebreo, ma questa,
pensano, è una cosa che verrà risolta.
Il Prater quel giorno è pieno all’inverosimile.
Le divise tedesche si mescolano con la fine eleganza dei viennesi; le cronache
dell’epoca raccontano che addirittura 60.000 spettatori si assiepino sulle
tribune dello stadio al fischio d’inizio di una partita cui parte del popolo
austriaco affida le proprie speranze di mantenere un’identità nazionale.
Il “Wunderteam” non tradisce i viennesi.
Non li tradisce soprattutto Matthias Sindelar, autore di una delle sue più belle prestazioni in
una carriera che ne ha conosciute di indimenticabili.
La sua classe brilla di luce purissima, abbagliando i rudi tedeschi.
L’Austria vince, contro ogni pronostico e soprattutto ogni
programma, per 2-1 e Sindelar segna il gol decisivo.
Il pubblico austriaco impazzisce letteralmente sotto gli
sguardi, prima severi e rabbiosi, poi solo imbarazzati dei “fratelli tedeschi”.
Alla fine della partita, i calciatori, secondo il curatissimo protocollo degli
organizzatori, sono chiamati a salutare i gerarchi nazisti presenti in
tribuna.
Tutti i calciatori, compresi gli austriaci più giovani e meno coinvolti, fanno
il saluto nazista: solo Sindelar ed il suo fedele
compagno Karl Sesta si rifiutano.
Il Wunderteam pagherà cara questa commovente prova
d’orgoglio.
Benché qualificata per la fase finale dei Mondiali, cui in un primo tempo
sembrava avrebbe dovuto partecipare con una squadra di secondo piano e con il
nome offensivo di “Ostmark” (letteralmente “provincia
orientale”), la nazionale bianca viene improvvisamente
sciolta.
Ma chi era Matthias Sindelar,
l’uomo che aveva prima sconfitto i tedeschi sul campo di calcio e poi li aveva
sfidati pubblicamente con un gesto di forte contenuto politico ?
Difficile ricostruire la sua vicenda sportiva senza cadere nella vicenda umana
e rischiare che la sua storia non lo faccia passare per un eroe romantico facendo
trascurare la sua figura di campione assoluto.
Matthias Sindelar nasce a Kozlov, nella Moravia austriaca ai confini con l’odierna
Slovacchia, il 10 febbraio del 1903.
La sua famiglia, ebrea, si trasferisce a Vienna, in un quartiere povero della
zona industriale di
Vienna.
Il padre muore nel 1917 sull’Isonzo, durante la Grande Guerra, e la famiglia
vive in ristrettezze.
La madre apre una lavanderia con la quale mantiene Matthias
e le tre sorelle che crescono rapidamente.
Il giovane Matthias, quando non aiuta la madre, gioca
per le strade con una palla di stracci, su terreni sabbiosi strappati al
degrado, fra le mura delle fabbriche di mattoni del “Favoriten”, e la sua abilità non passa a lungo
inosservata.
Il suo dribbling è ubriacante, la palla viene
letteralmente nascosta ai malcapitati avversari, è facile notarlo anche per il
fisico filiforme ed un’innata eleganza.
Passa prima nella squadra dell’Herta, il club del
quartiere, poi, a soli ventuno anni, entra a far parte del Wiener
Amateure, la prestigiosa
squadra che due anni dopo diverrà l’Austria Vienna.
La carriera di Matthias Sindelar
decolla.
Alto, ben proporzionato, il suo viso sottile con gli zigomi alti lo fa sembrare
molto più magro di quanto sia in realtà; a questi deve
il suo primo soprannome, “Der papiereine”
(carta velina) che gli resterà addosso per tutta la carriera, divenendo la sua
“griffe”.
Il suo stile è particolare, di più, inimitabile.
Calcia con naturalezza, il suo controllo di palla, affinatosi sui terreni
sassosi di “Favoriten”, non teme confronti, la sua
abilità nello smarcarsi sembra farlo sgusciare attraverso le maglie delle
difese più agguerrite, proprio come fosse un pezzetto
di “carta velina” spinto dal vento.
La sua classe, decisamente superiore, lo porta a
evitare il clima di battaglia, soprattutto perché, fin dall’inizio della
avventura, Matthias, ha problemi al ginocchio destro.
La sua brillante carriera sembra destinata a concludersi
prestissimo, ma il carattere è un’altra dote di questo campione.
Su consiglio di un celebre chirurgo dell’epoca si sottopone ad un intervento
chirurgico al menisco dal quale si riprende con la feroce applicazione in una
terapia di rieducazione che per l’epoca è una autentica
novità.
Il suo nome è addirittura ancora oggi citato accanto a quello del celebre
chirurgo in qualche articolo specializzato in medicina della rieducazione
sportiva, come uno dei primi pazienti di quella che allora era una nuova
scienza della quale si intravedevano interessanti
applicazioni.
Da allora Sindelar non si toglierà più la pesante
fasciatura protettiva sul ginocchio destro, destinata a diventare la sua
compagna più fedele difendendo la preziosa e delicata articolazione da
possibili nuovi traumi che avrebbero decretato
definitivamente la fine della sua
carriera agonistica.
Questa attenzione unita ad una grande applicazione
nella preparazione atletica, in particolare col nuoto, gli avrebbero consentito
ugualmente di calcare a lungo le scene calcistiche internazionali.
Con l’Austria Vienna, il suo club, domina il campionato e vince due volte la
Coppa Europa, antenata della Coppa dei Campioni.
Un simile talento non è certo sfuggito al fiuto leggendario di Hugo Meisl, l’uomo che sta
costruendo la migliore rappresentativa nazionale che l’Austria abbia mai avuto.
Con l’innesto di Sindelar nasce il “Wunderteam”, una squadra destinata a segnare un’epoca : dal maggio del 1931 all’aprile del 1933 l’Austria guidata
da “cartavelina” mette in fila una serie eccezionale
di risultati, numeri che ancora oggi impressionano : 16 partite, 12 vittorie 2
pareggi e 2 sconfitte, 63 reti segnate (una media di quasi quattro a partita) e
solo 20 subite.
Un rullo compressore.
Naturalmente Matthias Sindelar
brilla di luce propria : in queste sedici partite gli
vengono attribuite ventisette segnature .
Come spesso accadeva all’epoca, la partita più gloriosa di quella grande
squadra coincide con una sconfitta contro l’Inghilterra.
E’ il dicembre del 1932, l’Austria gioca a Londra contro la nazionale inglese
un’amichevole il cui prestigio all’epoca è paragonabile, se non superiore, a
quello di una finale mondiale.
I “maestri del calcio” non si misurano con squadre del continente e non
partecipano a competizioni internazionali che non siano
l’ “Home Championship”; essere invitati per una sfida
è un grande onore, uscirne a testa alta è già un successo.
L’Austria ci riesce: perde per 4-3, ma, per la prima volta,
fa letteralmente tremare gli inglesi che rimangono strabiliati dalle giocate di
un Sindelar letteralmente incontenibile, autore di
una rete che oggi sarebbe definita “alla Maradona” .
John Langenus l’arbitro
belga che aveva diretto la prima finale della storia dei Mondiali e che diresse
anche quell’incontro storico, racconta: - “Zischek, segnò
due volte, ma il gol di Sindelar fu un autentico
capolavoro, qualcosa che non era mai stato realizzato avendo gli inglesi come
avversari.
Non prima di lui e neppure dopo.
Sindelar partì dalla linea di metà campo e con il
suo, inimitabile, stile superò semplicemente chiunque gli si parasse davanti,
alla fine fece due dribbling tornando indietro e depose la palla in rete.”
Si parla apertamente di offerte da parte dei più
prestigiosi club professionistici inglesi per quello che ormai è il più famoso
attaccante d’Europa, quello dotato del gioco più affascinante, l’uomo di
maggior classe.
Sindelar tuttavia è una sorta di “Schonbrunn”
in carne ed ossa, un monumento nazionale, non si parla neppure di una sua
partenza dall’Austria nella quale è diventato un idolo
e dove, dopo i durissimi anni di “Favoriten” adesso
vive una vita agiata, ma tranquilla.
La sua modestia e la sua riservatezza sono
leggendarie, potrebbe vivere da nababbo, invece continua ad occupare, assieme
alla madre, un semplice appartamento al numero 75 di Quellenstrasse,
lontano dai quartieri alti.
Nello stesso edificio continua a funzionare la lavanderia che ai tempi di “Favoriten” li ha salvati dalla fame.
Intanto la sua leggenda è alimentata da un’impresa dietro l’altra.
Segna due reti all’Italia, uno dei quali è descritto come un’autentica
stregoneria :
- “Sugli sviluppi di un corner, la palla
finisce all’ala sinistra Vogl il quale la passa a Gschweidl, che, colpendola di testa supera un difensore
azzurro e la lancia verso Sindelar.
Sindelar, toccandola ancora di testa, la fa passare
oltre un altro terzino, che poi aggira passandogli a fianco, quindi, prima che
la palla tocchi terra, la colpisce nuovamente insaccandola nell’angolo della
porta difesa dall’esterefatto portiere
italiano.”-
Quando il Wunderteam batte per 8-2 l’Ungheria, Sindelar supera sé stesso.
Le cronache dell’epoca, infatti, riferiscono che non solo ha segnato una
tripletta, ma ha anche fornito gli assist per tutte le altre segnature
austriache !
Ormai è all’apice del successo, guida il “Wunderteam”
attraverso l’Europa di vittoria in vittoria, la sua fama è ormai senza confini,
il suo nome viene accostato alle grandi glorie
dell’Austria.
Hugo Meisl lo definisce
addirittura il “Mozart del football”, un onore senza
paragoni.
Purtroppo per “cartavelina” la sua vicenda sportiva è
destinata ad intrecciarsi tragicamente con la storia del suo Paese.
Quando il Wunderteam sembra destinato a
trionfare nella prima edizione del Mondiale che si disputa in Europa (siamo nel
1934), in Austria scoppia una terribile crisi economica.
La situazione diventa rapidamente drammatica.
La speculazione internazionale mette in ginocchio il Paese: la disoccupazione
raggiunge livelli che secondo alcune fonti sfiorano il 40% della forza lavoro.
Nel febbraio la crisi sfocia
nella guerra civile che lascia strascichi gravissimi nel paese e
prepara l’Anschluss che avverrà qualche anno dopo
Ovviamente la situazione ha pesanti ricadute anche sullo sport, soprattutto sul
calcio.
Le società lottano per la sopravvivenza, Sindelar
accetta una fortissima riduzione del suo stipendio pur di restare all’Austria
Vienna e potersi preparare ai Mondiali.
Purtroppo la squadra austriaca che partecipa al Mondiale non è che una lontana
parente del “Wunderteam”.
La Federazione austriaca, sull’orlo della bancarotta, non paga la trasferta
neppure all’allenatore della nazionale, né al suo assistente ed il campionato,
dopo molti rinvii, non si conclude che a ridosso della rassegna mondiale.
Ciò nonostante l’Austria arriva alle semifinali dove viene
sconfitta, con onore e non senza pesanti dubbi sulla regolarità del gol
azzurro, dall’Italia di Vittorio Pozzo.
Sindelar è l’incubo degli azzurri, Pozzo per lui ha un’autentica
venerazione.
Gli azzurri, che in passato hanno imparato a conoscerlo, temono i suoi spunti
imprevedibili.
Luisito Monti, cui viene affidato, lo ferma con le
buone e con le cattive.
Infortunato, Sindelar, non può disputare la finale di
consolazione che sarà vinta dalla Germania.
Matthias ha trentuno anni, è nel pieno della sua
parabola sportiva, ma la situazione politica che si va determinando
condizionerà pesantemente la sua vita assieme a quella di milioni di altri
esseri umani.
La sua condizione di cittadino di origine ebrea,
nonostante la sua fama ed il prestigio, anche internazionale, di cui gode,
comincia a procurargli fastidi.
L’antisemitismo nell’Austria di quegli anni è una marea che monta inesorabile
dopo la crisi .
L’intolleranza verso gli ebrei, indicati dalla attivissima
minoranza filonazista come i responsabili del
disastro economico, prende campo.
Colpisce parenti, amici,
semplici conoscenti di Sindelar, che ne rimane
profondamente impressionato.
Le camicie brune austriache preparano il terreno creando un clima
intimidatorio, e soprattutto propagandando l’antisemitismo come soluzione di
tutti i problemi.
La vita, tuttavia, nell’Austria del “dopo crisi economica”, sembra scorrere
normale.
Si gioca a calcio.
Gioca anche la nazionale austriaca, che tuttavia, è in decadenza.
Sulla scena si affacciano nuovi campioni come Franz
“Bimbo” Binder, che sembra l’erede designato di “cartavelina”, il campione attorno al quale costruire un
nuovo “Wunderteam”.
Sindelar, invece, comincia a risentire degli
acciacchi fisici, ma soprattutto è a disagio per la situazione difficile nella
quale si trovano molti amici.
Nel 1937 muore Hugo Meisl,
il maestro e mentore di “cartavelina”, colui che lo aveva battezzato “il Mozart
del football”; per Matthias è un brutto colpo, un
dolore che lo prostra addirittura.
Quando l’ “Anschluss” si
consuma, la vita di Sindelar ha un ulteriore scossone.
L’Austria Vienna, la società cui è legato da sempre, è una squadra nella quale
molti dirigenti sono di origine ebrea che immediatamente vengono rimossi dai
loro incarichi e sostituiti da fedelissimi.
I giocatori, per motivi di opportunità restano al loro
posto, ma Sindelar non perde occasione per mostrare
il suo coraggioso dissenso.
In un’occasione, incontrando il vecchio presidente Michl
Schwarz, epurato perché ebreo, lo saluta a voce alta
dicendo :-“Il nuovo ‘fuhrer’ dell’Austria Vienna, ci
ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno, signor Schwarz, ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla.”
La sua avversione verso il nazismo suscita imbarazzo, mentre la situazione politica
interna precipita e sono sempre in meno quelli disposti a difenderlo per il suo
valore di calciatore prezioso alla causa tedesca.
Ai Mondiali, che si disputano quell’anno in Francia, la Germania è affidata ad un allenatore giovane, Sepp
Herberger, che conquisterà il Mondiale nel 1954.
Herberger è un tecnico serio e preparato, non un
nazista fanatico, conosce il valore di Sindelar e sa
quanto sarebbe importante poter contare su di lui come guida della sua squadra.
Matthias, tuttavia, si rifiuta di
giocare, il giovane tecnico cerca inutilmente di convincerlo.
Per evitare guai, Sindelar, prima dice di sentire
dolore al ginocchio infortunato ed operato anni prima,
poi, imparando a conoscere il suo interlocutore chiede, educatamente, di essere
lasciato fuori, di non indossare quella maglia che non è la sua.
”Mi accorsi”- racconterà anni dopo Herberger- “che
c’erano altri motivi per cui non voleva giocare, ed io decisi di lasciarlo in
pace, anche se sapevo che era ancora il più forte.”
Il forfait di Sindelar viene
ufficializzato e d’improvviso gli viene a mancare quello schermo protettivo che
fino a quel punto gli era stato garantito dalla sua fama di campione.
Altri calciatori di origine ebrea, come Camillo Jerusalem e Karl Zischek, più giovani di Sindelar,
accettano di giocare con la maglia tedesca, ma quando, dopo l’imprevista
eliminazione per mano della Svizzera, le
cose si mettono male emigrano all’estero.
Intanto attorno a Sindelar si è creato il vuoto.
La brusca fine della carriera internazionale, ma soprattutto la preoccupazione
per la sorte dei suoi cari lo fa cadere in uno stato di depressione.
Il 26 dicembre 1938, a Berlino, gioca la sua ultima partita: un incontro
amichevole fra l’Austria Wien e l’Herta
Berlino.
Segna anche un gol, l’ultimo.
Quando muore, meno di un mese dopo, il 23 gennaio 1939,
non ha ancora compiuto i 36 anni.
Viene trovato morto, nel suo letto.
Accanto a lui una giovane ebrea italiana, Camilla Castagnola, che ha incontrato
qualche giorno prima, che morirà dopo pochi giorni di
coma senza poter dare utili spiegazioni.
La spiegazione ufficiale è “avvelenamento da monossido di carbonio”.
Un incidente dovuto ad una stufa difettosa.
La Polizia austriaca, di solito meticolosa, mostra un’insolita fretta nell’archiviare
il caso.
Attorno a questa morte misteriosa nascono le più svariate ipotesi.
C’è chi parla di suicidio dei due amanti, chi ipotizza che la ragazza fosse un
esponente dell’Agenzia ebraica che aveva il compito di arruolare Sindelar in una organizzazione che
avrebbe dovuto favorire l’espatrio degli ebrei austriaci e pensa ad un omicidio
brillantemente organizzato dalla Gestapo.
Dopo la guerra il rapporto sulla sua morte non si trova più.
Svanito.
La sua morte, misteriosa, contribuisce così a proiettarlo nel mito.
I tedeschi hanno fretta di chiudere il caso, preferirebbero
esequie in forma privata, quasi clandestine.
Invece la sede dell’Austria Vienna è tempestata di telegrammi da tutta l’Europa:
alla fine se ne conteranno oltre 15.000 ed il suo funerale sarà seguito da non
meno di 40.000 austriaci pronti a sfidare i divieti, più o meno palesi, dei nazisti.
Matthias Sindelar, “il Mozart del football”, “cartavelina”
fa il suo ingresso nella leggenda, diventa un eroe popolare, per diventare poi, alla fine della guerra, anche un eroe
nazionale.
Quando l’Austria riacquista la propria sovranità nazionale
la stella del “Wunderteam” viene sepolta nel “Cimitero
centrale di Vienna” in un mausoleo messo a disposizione della famiglia dall’autorità
cittadina.
Da allora, il 23 gennaio di ogni anno, una data che
cade a pochi giorni dal “Giorno della Memoria”, la giornata dedicata alla
commemorazione della Shoa, sulla tomba di Matthias Sindelar si tiene una
semplice cerimonia cui partecipano i dirigenti della Federazione Austriaca, dell’Austria
Vienna, ed i sempre meno numerosi compagni di squadra dei tempi del “Wunderteam”.
Alla fine viene deposta sulla lapide una corona di alloro e dei fiori bianchi e
viola, i colori del “Wiener Amateure”
, diventato poi Austria Vienna.
Fra coloro che non mancavano mai alla
cerimonia c’era il Dr Schwarz, il vecchio presidente del
club viennese.
Schwarz, epurato perché ebreo e scampato ai lager
nazisti, non aveva mai dimenticato che Matthias Sindelar un giorno l’aveva salutato facendogli capire che c’era
ancora una speranza.
Il
materiale che ho impiegato per questa ricostruzione è
in gran parte reperibile su Internet.
La storia della vita di Matthias Sindelar
è fedele quanto è possibile lo sia quella di un uomo nato più di un secolo fa e
morto ormai da sessantacinque anni ed è tratta dalla pagina http://www.austria.org/oldsite/apr98.
Materiale su questa storia affascinante è reperibile anche presso il Centro
Raoul Wallemberg – Muestra Permanente
de l’Holocausto – Bahia Blanca
(http://www.wizo-osfa.org.ar/prueba/informes/sindelar.htm
) .
Di Matthias Sindelar sono
reperibili poche foto, nessun filmato.
Per capirne la grandezza abbiamo solo le parole.