Enrique Omar Sivori

"Cè"

 

Quando se ne andò, di notte, dopo l'ennesima rissa, ringhiò al giornalista che lo aveva intercettato all'aeroporto :- "Non mi dimenticherete tanto facilmente !".

Aveva ragione, Enrique Omar Sivori, detto "el cabezon", per la sua testa grossa, ma anche "el gran zurdo" per il suo sinistro magico.
Ha anche un altro nomignolo Omar : lo chiamano "cè", che nel castigliano del sudamerica significa "io", perché di smisurato, oltre ad un sinistro mai visto, Sivori, ha anche l'ego.
Comincia ogni discorso con "cè", io.
Gli altri, per Sivori, non contano mai, c'è solo posto per lui in campo e fuori quando si parla di calcio.

Chi l'ha visto, indipendentemente dalla sua fede calcistica, non ha dubbi ad ammettere che "come lui non ce ne sono stati molti", lui, da parte sua, accetta di essere stato inferiore al solo Maradona, ma non ama dirlo.

Enrique Omar Sivori nasce a San Nicolas e si rivela, giovanissimo, nel River Plate.
Ha un sinistro che sa essere l'archetto di un violino, o una mazza da baseball a seconda del suo estro, che resta comunque la sua caratteristica più inimitabile.
Il piede destro gli serve per simmetria organica e per punto d'appoggio nei dribbling, con quel piede tocca il pallone malvolentieri, quasi fosse un peccato sottrarre il tocco all'altro che è quasi un prolungamento dell'anima.

Renato Cesarini, attaccante mitico della Juventus anni '30, uno per il quale calcio e donne non hanno più segreti, lo segnala subito alla società bianconera cui è rimasto legato, ne parla in termini entusiastici e quella Juve, che non vince da troppo tempo, di entusiasmo ha bisogno più che di ogni altra cosa.
"Cè" è egocentrico, lo è in maniera esagerata, ed in questa caratteristica , forse si rivede Renato Cesarini, cui deve il nome la famosa "zona", e lo stesso è per Guillermo Stabile, "el filtrador", che lo convoca subito nella "seleccion": e' la primavera del '57.
Il Sud America di allora è lontano come Atlantide, ma in Europa ed in Italia, arrivano lo stesso gli echi della vittoria argentina nel "sulamericano '57", l'odierna Coppa America, disputato a Lima e nel quale hanno entusiasmato tre giovanissimi fenomeni per i quali è stata trovata un'intrigante definizione, tipica di quegli anni molto "on the road" dove si è trasgressivi con poco : "los angeles con la cara suicia", "gli angeli dalla faccia sporca".

Gli angeli sono Antonio Valentin Angelillo, Humberto Dionisio Maschio e lui , che dei tre angeli è magari Lucifero, Enrique Omar Sivori, "Cè".

Quelli che adesso si definiscono "operatori di mercato" ancora non ci sono, all'epoca i campioni arrivano su segnalazione di un missionario (Montuori), di un emigrante che ha fatto fortuna, ma non ha dimenticato l'Italia (Julinho), per aver ammirato un calciatore durante una tournée (Altafini), ma gli "angeles" spiccano lo stesso tutti e tre il volo per l'Italia.
Maschio va al Bologna del presidente Dall'Ara ("perché è quello che costa meno" dicono i maligni che attribuiscono al presidente bolognese un'avarizia degna di Arpagone), Angelillo approda nell'Inter di Angelo Moratti e Sivori, fortemente raccomandato da Cesarini finisce alla Juve, dove ha una certa influenza un affascinante trentenne, laureato in giurisprudenza, che "vive la vita" ed ha ereditato un impero dal nonno, la Fiat, ed una passione dal padre, la Juventus.
Si chiama Giovanni, come il nonno, ma lo chiamano Gianni, Gianni Agnelli.

D'ora in poi parlare di Sivori senza parlare dell'Avvocato è impossibile, ma andiamo con ordine.
Cesarini convince il giovane Agnelli a comprare il suo pupillo e la Juve scuce 110 milioni di lire, che all'epoca sono moltissimi anche per l'Italia, ma sono un'enormità per l'Argentina.
Il River, che non se la passa benissimo e deve finire di ristrutturare lo stadio, accetta e Sivori diventa bianconero con l'avallo telefonico, così vuole la leggenda, di Gianni Agnelli.
Accade così che il River può terminare il suo Stadio che diventa "Monumental" ed alla Juventus arrivi un calciatore destinato, forse come nessun altro, ad entrare nella leggenda del club bianconero fino a diventarne addirittura un simbolo.

Quando Enrique Omar Sivori prende l'aereo che lo porta in Europa ha appena compiuto ventuno anni ed è l'unico calciatore vivente cui è stato dedicato un monumento.
Questo omaggio glielo hanno fatto i suoi concittadini di San Nicolas dopo la conquista del "Sulamericano" e la cosa a Omar Sivori non pare esagerata.
Questo ed altro per "el gran zurdo", per "Cè" dalla smisurata autostima questa statua è perfino poco.

Arriva a Torino ed appena sceso dall'aereo viene portato al campo di allenamento.
Non sono quelli tempi di adunate oceaniche e Torino non si infiamma come Napoli, ma i tifosi in attesa vedono quel ragazzo con la faccia da indio, la testa sproporzionata, le spalle cadenti su un torace gracile le lunghe braccia e si domandano cosa mai si aspettino, alla Juve, da un tipo simile.

La leggenda vuole che Sivori, finiti i convenevoli di rito, prenda un pallone e faccia tre giri di campo palleggiando con il sinistro, quasi a dire, nel linguaggio universale del calcio, "Cè, so fare questo. Vi divertirete."

Inutile dire che i tifosi si entusiasmano ed anche l'Avvocato si convince che potrebbe essere divertente dare un'occhiata al Comunale qualche domenica.

Nasce la Juve di Charles, Sivori e Boniperti,una squadra destinata a diventare un cult.

I primi due si completano, i secondi si detestano.

John Charles è grande e grosso, corretto e leale, Omar Sivori è tanto geniale quanto malevolo, gode nell'umiliare l'avversario con i suoi dribbling che oltre che funzionali al gioco sono anche, se non soprattutto, irridenti per chi li subisce.

Per aggiungere un tocco di sfida ai poveracci che lui sevizia con i suoi tocchi di sinistro, con le sue veroniche, i suoi tunnel, Omar gioca con i calzettoni abbassati mostrando gli stinchi nudi offerti alle botte degli esasperati avversari.
Charles gli fa da apripista, da ariete, Omar arriva "a traino" e conclude alla sua maniera, i gol fioccano, l'argentino si installa di fatto nella zona di campo un tempo riserva di caccia del capitano Boniperti, abituato a comandare in campo con la stessa autorità che dimostrerà poi dietro ad una scrivania.

Tanto è portato a comandare Boniperti, quanto è poco portato ad obbedire Omar Sivori.

Fra i due sono subito scintille.
Boniperti, soprannominato "Marisa" da Benito Lorenzi per la sua tendenza ad essere prima donna, è geloso della popolarità di Sivori divenuto, oltre che un idolo del popolo bianconero, anche il calciatore preferito da Gianni Agnelli.

L'Avvocato tralascia spesso gli appuntamenti con il "jet set" per presenziare a sfide plebee nelle quali il suo calciatore preferito trova sempre lo spunto per entusiasmarlo.
Un tiro improvviso con il sinistro prensile, un dribbling in un nugolo di avversari, un tunnel ripetuto per il solo scopo di far vedere a tutti di cosa è capace "el gran zurdo"; sono queste le cose che fanno scattare in piedi l'affascinante ex play-boy, che fanno comportare l'erede di un impero quasi come un borgataro.

In quegli anni la Juve torna prepotentemente alla ribalta e diventa "la Fidanzata d'Italia".

Di quella maglia, ma soprattutto di quel numero dieci, si innamora mezza Italia, perché nel gioco di Sivori c'è di tutto: genio, allegria, fantasia, cattiveria, prevaricazione, possesso e dominio.
Omar Sivori tratta il pallone come se fosse una propaggine della parte sinistra del suo corpo, la sfera di cuoio sembra un satellite del suo piede sinistro, chi si avvicina per carpigliela rischia la pubblica irrisione.
Fermo sul perno del destro con suola e tacchetti è capace di ballare su una mattonella tenendo il pallone sempre fuori dalla portata dell'avversario finchè il poveraccio non si sbilancia allargando le gambe quel tanto da pentirsene.
Un tocco felpato e la sfera passa, mentre il boato dello stadio (spesso anche in trasferta) umilia e ferisce l'uno, inebriando l'altro.
Per Sivori il pubblico è una droga: gioca per loro prima che per la Juventus, ma comunque la squadra bianconera vince tre scudetti ed una Coppa Italia e Omar, trionfa nel "Pallone d'Oro".
Il carattere non è la sua parte migliore, il suo magico sinistro, la sua stecca da biliardo, il suo archetto da violino è capace anche di colpi durissimi, tacchettate spregiose, la sua lingua sa essere più tagliente ancora dei sui tiri improvvisi, e spesso attorno ad Omar si accendono mischie epiche: volano sputi, schiaffi, calci.
In una sfida con l'Inter è John Charles a prenderlo platealmente a schiaffi per calmarlo mentre sembra in preda ad una crisi isterica, ma a lui , al pupillo dell'Avvocato, si perdona tutto, anche gli spettacoli poco consoni allo "stile Juventus", anche le venti e più giornate di squalifica collezionate a colpi di espulsioni spesso gratuite.

Ma anche quella Juve, com'è destino tutte le squadre, invecchia.
Dopo lo scudetto del '61, Boniperti decide di lasciare il calcio giocato e Sivori, che non è ipocrita, certo non se ne dispiace.
L'obiettivo dichiarato di quella squadra agli ultimi abbaglianti fuochi è la Coppa Campioni che per Omar sarebbe la ciliegina sulla torta, anche perché quella l'avrebbe vinta "senza Boniperti" e la Juve punta tutta la stagione su quell'obiettivo.

Dopo un avvio "soft" Il destino della Juve si decide nei quarti quando sfida il Real Madrid di Di Stefano, la squadra più famosa dell'epoca ed il calciatore ritenuto migliore .
La sfida Di Stefano-Sivori è una sorta di partita nella partita.
All'andata segna Di Stefano ed il Real vince a Torino, ma al ritorno, di fronte ai 100.000 di Chamartin, è Omar ad andare in rete e trascinare la Juve, prima squadra a vincere in quello stadio, allo spareggio di Parigi.
La Juve, che ha ormai in Omar Sivori un leader riconosciuto, lo gioca a viso aperto, ma esce sconfitta 1-3 in una gara ricca di polemiche.
Pachin, il boia madridista, picchia Sivori per ridurlo all'impotenza, arriva addirittura a "passeggiare" con i tacchetti sulla schiena di Omar senza che l'arbitro se ne dia per inteso.
Sivori segna il gol del pari, ma poi sono gli spagnoli a passare il turno, nonostante la grande prestazione del fuoriclasse argentino.
Comincia però in quel 1962 il declino di Sivori.
Il suo complemento ideale, John Charles, ha cominciato a giocare al centro della difesa e lo ha lasciato solo davanti, la Juve arriva al dodicesimo posto che resta la sua peggior prestazione di sempre e le milanesi si presentano in Italia ed in Europa come dominatrici assolute.

Omar spende i suoi numeri per una squadra che non lo contiene, Helenio Herrera impone un nuovo calcio e la Juventus si affida agli allenatori che puntano sul movimento e sulla corsa, ma in tribuna c'è sempre quel giovane signore elegantissimo pronto ad applaudire un tunnel od un gol.
Arrivano prima Amaral, preparatore atletico del Brasile ai Mondiali cileni, poi un allenatore paraguaiano, fanatico del calcio atletico, salutista, addirittura ascetico: si chiama Heriberto Herrera, chiama il suo stile di gioco "movimiento".
Il "movimiento" non su addice troppo ad Omar Sivori ed il gioco ricco di fantasia dell'argentino non si addice alla linearità determinata quanto noiosa di quel calcio che sembra l'ideale per esaltare le doti di chi non sa giocare.
Lo scontro fra i due è inevitabile, finisce anche la fortuna di Omar che si schianta sulle ginocchia di un portierino cui pronosticano un certo avvenire : Dino Zoff.
Frattura delle costole e lunga assenza dal campo.
Quando torna e si allena con la solita svogliatezza Heriberto non perde occasione per ricordargli "che è un calciatore come gli altri" e per Omar, che "come gli altri" non si è mai sentito, non c'è nulla di più odioso.
I due arrivano ai ferri corti, l'Inter dell'altro Herrera domina, la situazione diventa esplosiva, in tribuna le presenze di Gianni Agnelli diventano saltuarie.
La situazione precipita: il Napoli del presidente Fiore torna in serie A con grandi ambizioni e la Juve gli cede Sivori.
Il trasferimaento fa epoca, sotto il Vesuvio, nell'entusiasmo partenopeo a stento contenuto nel catino del San Paolo, Omar trova il suo ambiente ideale, assieme ad Altafini, altro esiliato di lusso, tutte le domeniche regala sogni.
Ma Omar è pur sempre Omar, il suo carattere non è facile neppure adesso e il suo amore per la Juve, come ogni amore tradito si muta in odio.
La prima volta che incontra la Juve al San Paolo il campo è un acquitrinio, il pallone, ancora di cuoio, si gonfia d'acqua e lui, Omar, compie la più bella prodezza balistica della sua polemica e puntigliosa partita colpendo in pieno viso col pallone fangoso, accarezzato col suo magico sinistro, il suo nemico Heriberto.
"L'hai fatto apposta !"- gli grida Heriberto Herrera, e l'altro gli risponde per le rime scatenando una rissa.
I rapporti con la Juve si fanno tesi, almeno nelle dichiarazioni sui giornali, ma quando il Napoli sale a Torino, torna allo stadio anche l'Avvocato per applaudire il suo idolo.

Anche la sua ultima partita in Italia lo vede protagonista contro la Juve.
Lo francobolla Erminio Favalli, un'ala piccola e veloce che Heriberto gli ha appiccicato addosso, Omar lo soffre, ad un certo punto commette un fallo che Favalli amplifica con una sceneggiata, l'arbitro abbocca ed espelle Sivori che si infuria; si accende una mischia, volano pugni e calci fra Panzanato e Salvadore.
Mentre si preannunciano maxi-squalifiche per tutti, Sivori compreso, Omar fugge in Argentina.
Quando grida con gli occhi rossi "Non mi dimenticherete tanto facilmente !" forse pensa a quel signore elegante e fascinoso che da tempo lascia vuota la sua poltroncina al Comunale di Torino, ma il tempo passa e qualche anno dopo dopo Omar Sivori viene rimpiazzato nel cuore di Gianni Agnelli da Michel Platini che in un' intervista, viene definito proprio dall'Avvocato, ormai diventato un affascinante signore sulla sessantina, come il miglior calciatore bianconero di sempre.
Qualche delatore zelante riferisce la cosa a Sivori, che da tempo vive in Argentina, e Omar senza scomporsi troppo ribatte :- "E' segno che non invecchio solo io. ".
Un modo come un altro per dire "Cè, io , sono stato il migliore, non fate finta di avermi dimenticato."