Ogni grande
manifestazione calcistica ha storie incredibili da raccontare, ma nessuna,
credo, è pari a questa.
Il 1992 è un anno terribile
per l’Europa e per i Balcani.
La Guerra Civile diventa una triste ospite dei telegiornali, il termine “pulizia
etnica”, con la sua asettica pronuncia, diventa brutale compagno dei
nostri giorni.
La Jugoslavia, un’entità
teorica già nel primo dopoguerra, è ormai un ricordo.
I nazionalismi l’hanno
dilaniata e si riparla dopo oltre settant’anni di
Serbia, Croazia, Montenegro, Slovenia, Macedonia.
Resta una squadra di
calcio, fortissima, con quel nome divenuto sinonimo di provvisorietà e
confusione.
Una squadra fortissima che
si è qualificata alla fase finale dell’Europeo che si disputa in Svezia,
nazione agli antipodi, culturalmente e politicamente parlando, del rovente
crogiuolo balcanico.
Gli svedesi temono che
ospitando la Jugoslavia, che di fatto rappresenta la
Serbia, possano esporsi al terrorismo croato e con una decisione unilaterale
chiedono di escludere la rappresentativa “dello stato che non c’è più” dalla
manifestazione.
Dopo qualche farsa fra FIFA
e UEFA la decisione è presa: farà parte dell’embargo decretato
dalla comunità internazionale alla serbia di Milosevic.
Al suo posto viene chiamata, all’ultimo momento, la Danimarca che era
stata, appunto, eliminata dagli slavi.
Si rischia il ridicolo.
I danesi, quasi tutti
mercenari nei club di Spagna, Italia, Germania, Inghilterra ed Olanda, sono praticamente pronti per le ferie.
Oltretutto il C.T. Moeller-Nielsen è un personaggio poco amato dai suoi
giocatori.
Michael Laudrup, che è il
calciatore danese più quotato, da tempo non risponde alle convocazioni e
nell’ultima occasione in cui ha vestito la maglia della nazionale se n’è andato
sbattendo la porta .
-“Non esiste che io debba prendere ordini da uno
così !”- aveva dichiarato ai
giornalisti.
Ma Moeller-Nielsen ha la
testa dura.
Convoca l’altro fratello Laudrup, Brian e si affida ad altri giocatori meno bizzosi
e famosi.
I suoi prescelti si
chiamano Flemming Povlsen, Henrik Larsen, Kent Nielsen, Peter
Schmeichel, sulla carta tutti onesti calciatori di
ventura richiamati dalle vacanze ad una decina di giorni dall’inizio del
torneo.
Lo scetticismo attorno a questa Armata Brancaleone è forte,
soprattutto nella stessa Danimarca dove pochi credono che una squadra
presentata come raccogliticcia e svogliata possa comportarsi dignitosamente in
un torneo internazionale.
Oltretutto l’esordio sembra
proibitivo; l’avversario è uno dei favoriti per la conquista del titolo : l’Inghilterra.
Nonostante il duro impegno che li attende, il ritiro danese è
allegro, la birra – dicono i giornalisti – non manca mai e neppure le belle
ragazze.
Moeller-Nielsen, tuttavia sta lavorando per fare di quella
disordinata truppa di vacanzieri richiamati alle armi una squadra.
Quando, ancora prima di
partire per la vicina Svezia, i danesi hanno affrontato la ex
Unione Sovietica, ribattezzata Comunità Stati Indipendenti (CSI), erano pochi a
sperare in qualcosa di buono, ma Moeller-Nielsen era
fra questi.
Ed era arrivato un pareggio incoraggiante.
Che si ripete anche contro gli inglesi, anzi è la
Danimarca a sfiorare la vittoria con un clamoroso palo di Jensen.
In patria qualcuno pensa
che possa valere la pena di accendere il televisore per seguire la nazionale,
ma, la sconfitta contro la Svezia sembra determinare la fine, largamente
preventivata, dell’avventura danese agli europei. anch
Infatti, a Malmoe, la Danimarca
deve giocarsi tutto in uno scontro diretto, e senza appello, contro i
favoritissimi francesi allenati da Michel Platini.
Se l’inizio degli anni ‘90
in Europa è segnato politicamente dalla crisi balcanica,
dal punto di vista calcistico
è il periodo di maggior splendore per il calcio francese.
La
Francia è imbattuta da oltre tre
anni, in pratica da quando sulla panchina siede Michel
Platini.
In questo europeo, poi,
quella dei “Coqs” è stata una marcia trionfale: in un
girone comprendente Spagna e Cecoslovacchia, la nazionale francese si è qualificata a punteggio pieno !
Platini può
contare su un movimento in grande salute.
L’Olympique
Marsiglia di Bernard Tapie
è divenuta un Club di prima grandezza nel panorama europeo e il vivaio ha
prodotto calciatori di grande valore come il
centravanti Jean Pierre Papin, l’estroso Cantona, il
classico difensore centrale Laurent Blanc, il potente Boli ed il regista Deschamps
che integrano una squadra ancora forte degli ex compagni di squadra del C.T.: Amoros e Fernandez.
La
Francia è una squadra sontuosa
che ha suscitato grandi aspettative in patria grazie ad un gioco scintillante e
continuo, ma ora è innervosita dalle
polemiche sulla “prudenza” mostrata nelle prime due sfide, contro Svezia e
Inghilterra, che hanno fruttato due deludenti pareggi.
Quando le due squadre
scendono in campo agli ordini dell’arbitro austriaco Forstinger,
i danesi sembrano le vittime designate, ma in realtà è la
Francia ad essere più preoccupata.
Platini, sotto pressione, conferma
all’attacco Jean Pierre Papin e l’estroso ed indisciplinato Cantona,
ma rivoluziona il centrocampo, dove la Danimarca ha solidi e disciplinati
corridori.
Tattica a parte, tuttavia,
è dal punto di vista psicologico che la Francia è in
sofferenza, schiacciata dal ruolo di favorita; mentre i “vacanzieri” danesi non
hanno niente da perdere, i favoritissimi “bleus” sono
davanti ad un match che per loro presenta solo insidie.
Dopo appena sette minuti i
danesi vanno in vantaggio.
Una punizione giocata
secondo uno schema perfetto lascia a bocca aperta la difesa francese e permette
ad Henrik Larsen di realizzare il gol che rappresenterà un’autentica
svolta nel torneo.
Le facce dei francesi sugli
schermi dell’Eurovisione sono emblematiche, Platini,
inquadrato accanto alla panchina sembra quasi sconfortato.
La Danimarca, invece,
entusiasma.
I “vacanzieri” di Moeller-Nielsen corrono dappertutto, mostrando una
condizione atletica insospettabile.
Qualcuno non crede ai suoi
occhi.
Schemi nitidi, precisi,
rapidi; un’organizzazione di gioco perfetta, undici giocatori che si trovano ad
occhi chiusi, altro che la squadra improvvisata descritta dai giornalisti.
I danesi ripetono, in
meglio, le già incoraggianti partite con Inghilterra e Svezia e solo una certa
dose di sfortuna impedisce loro un raddoppio più che meritato già nel primo
tempo.
Come spesso accade, alla
ripresa, la Francia, fin lì dominata, trova il guizzo
del pareggio con il centravanti Papin.
E’ un gol crudele che,
combinato agli altri risultati, qualifica i francesi assieme alla Svezia e
sembra rimandare alle loro occupazioni balneari i brillanti danesi.
Moeller-Nielsen, il “testone”, tuttavia, non si arrende e,
nonostante la Danimarca sia
costretta a rifiatare lasciando il campo ai più esperti francesi, toglie Brian Laudrup,
uno dei migliori ma ormai stremato, e inserisce una delle riserve meno quotate,
Elstrup, aggregatosi in ritardo all’allegra brigata.
Proprio il nuovo entrato Elstrup, a meno di un quarto d’ora dalla fine, spinge in
porta il pallone che lancia la Danimarca in semifinale, le riconsegna il ruolo
di legittima partecipante agli Europei e cancella il sorriso dalla bocca di chi
aspettava di vedere i calciatori danesi riprendere la via della spiaggia dopo
quel breve intermezzo calcistico.
Quando le telecamere
inquadrano le panchine il volto di Platini è esangue,
mentre Moeller-Nielsen, “il testone”, si gode
silenzioso il suo trionfo.
Nessuno si immagina che questo sia solo l’inizio.