Quello che vedono gli occhi, all’apparenza perennemente appannati, di Helmut Schoen dopo un’ora e venti minuti di gioco sul terreno dello stadio della Stella Rossa, l’immenso catino di Belgrado che gli jugoslavi chiamano Maracanà, assomiglia sempre di più ad una bruciante sconfitta, ad un’umiliazione.
La sua Germania Ovest, Campione d’Europa e del Mondo in carica, la superfavorita di questa edizione degli Europei, sta soccombendo nella seconda semifinale contro la Jugoslavia che nelle quattro precedenti edizioni degli Europei ha raccolto due secondi posti e che adesso vuole finalmente vincere.
La partita ha avuto un inizio sconvolgente per il tranquillo
ed impassibile Helmut.
Dopo 18’ Danilo Popivoda, un attaccante velocissimo
che si guadagna la pagnotta in Bundesliga, ha segnato
il gol del vantaggio.
Le cose sono andate ancora peggio quando, poco dopo la mezz’ora di gioco, il
fuoriclasse Dragan “Drago” Dzaijc
ha fulminato per la seconda volta Sepp Maier.
Piove su Belgrado, ma la pioggia ha avuto solo l’effetto di ridurre l’afflusso del pubblico, il campo tiene, anzi è forse ancora più veloce e, contrariamente alle previsioni, sono proprio i “panzer” a soffrirlo.
Molti pensieri, e non tutti buoni, devono essere passati per
la testa di Herr Schoen, da
oltre dieci anni CT tedesco.
La sua selezione, dopo la conquista del Mondiale ha perso alcuni dei suoi
calciatori più forti che hanno deciso di lasciare
definitivamente il Nationalmannschaft, mentre Breitner, ancora giovane si è preso la libertà di non
rispondere alle convocazioni .
Gerd Muller , Breitner ed Overath, non ci sono più, ma la sua squadra è pur sempre fortissima e lui lo sa, a dispetto delle feroci critiche che non gli vengono risparmiate per il suo immobilismo.
Anche stasera sono in campo sette undicesimi del Weltmeisterschaft, la nazionale che ha battuto l’Olanda a
Monaco due anni prima, più Wimmer che a Monaco era finito fra le riserve.
Proprio una rivincita fra Germania e Olanda era alla
vigilia la finale più attesa, ma il giorno prima, a Zagabria, in un’autentica
battaglia sotto il diluvio, la Cecoslovacchia ha sorprendentemente eliminato Cruyff e compagni dopo i supplementari.
Beckenbauer è ancora il leader guida la difesa ed impone la sua classe ed il
suo carisma anche a Schoen, il cui problema più
grosso è non aver trovato l’erede di Gerd Muller.
Proprio i nuovi inserimenti, il pallido Beer e
l’acerbo Danner sono fra i più deludenti; il
centrocampo tedesco per lunghi tratti è stato in balia degli avversari e solo
grazie a Maier, gli slavi non hanno
dilagato.
E’ questo quello che vedono gli occhi acquosi di Helmut Schoen guardando lontano
sul campo di Belgrado.
Il suo avversario, Ante Mladinic,
sa il fatto suo.
Ha schierato una squadra esperta, ma al tempo stesso innervata di vigorosi
giovani che fino a quel momento hanno tenuto botta alla fisicità tedesca che
molti vogliono appannata dalle tante battaglie e dall’età non più verde di alcuni protagonisti.
I velocissimi attaccanti Zungul, Popivoda ed il giovanissimo Surjak sono stati un autentico tormento per la difesa tedesca, mentre Branko Oblak (anche lui gioca in Bundesliga) è stato l’autentico dominatore del centrocampo.
All’inizio della ripresa, il vecchio Helmut aveva mandato in campo Flohe al posto del deludente Danner e proprio Flohe, qualche minuto prima, ha accorciato le distanze, riaprendo la partita.
Adesso che la Jugoslavia appare in calo e la Germania attacca con continuità emerge chiaramente la mancanza di un calciatore capace di fare la differenza in area di rigore.
“Ci vorrebbe un altro Muller” – sembra di poter leggere sul volto livido ed impassibile di Helmut Schoen, mentre il tempo che scorre implacabile sembra materializzare il fantasma della sconfitta.
A poco più dieci minuti dalla fine, Helmut si ricorda di avere in panchina un “altro Muller”, almeno come cognome.
E’ il giovane Dieter, centravanti
del Colonia.
Di famiglia più che benestante, fisico possente, quasi scultoreo, capelli
riccioluti, un viso aperto e sorridente; questo Dieter
Muller non sembra a prima vista l’erede di Uwe Seeler e del suo omonimo Gerd.
A prima vista non sembra neppure un tedesco.

Amante della bella vita, delle auto potenti e costose, della
compagnia femminile, il ragazzo è stato portato agli Europei per il suo
indiscusso talento, ma non ha mai giocato prima in nazionale.
Schoen, è cosa risaputa, non sopporta i “figli di
papà” e per lui ha già fatto una clamorosa eccezione, ma adesso lo chiama, gli
dice qualcosa con uno sguardo impassibile sulla faccia che sembra di cera.
Il ragazzo ascolta attento e sveste la tuta.
Si è già scaldato assieme ai compagni della panchina dopo che Schoen,
come suo solito, ha messo in preallarme
tutte le riserve.
Quando l’arbitro, il belga Delcourt, lo fa entrare cominciano gli ultimi dieci giri
della lancetta del suo cronometro.
Il primo di questi giri non è ancora concluso e Dieter Muller ha già segnato il
gol del pareggio.
Una cappa gelida scende sullo stadio.
La panchina tedesca sta festeggiando, Schoen,
impassibile, guarda il cronometro.
Gli slavi accusano il colpo, cercano di reagire, ma gli ultimi minuti scivolano via senza troppe emozioni.
Quando Delcourt
manda le squadre ai tempi supplementari, la pioggia è aumentata d’intensità.
Il campo comincia ad appesantirsi e le due squadre ad accusare la stanchezza,
ma è la Jugoslavia quella che sta peggio, anche psicologicamente.
Il primo tempo supplementare vede continui ribaltamenti di
fronte da una parte e dall’altra, gli schemi sono saltati, ma le difese hanno
il sopravvento sui rispettivi attacchi.
Il giovane Dieter, dopo il gol, è quasi scomparso.
I compagni lo cercano con continuità, ma gli slavi, adesso,
lo controllano da vicino dopo essersi pentiti di averlo fatto segnare al
primo pallone.
Il secondo tempo supplementare comincia con due sostituzioni anche nella
Jugoslavia. Mladinic comincia a pensare ai calci di
rigore e, vedendo la sua squadra stanca, inserisce forze fresche.
Anche la Germania si accorge che gli avversari sono
stanchi e riprende ad attaccare.
Gli slavi resistono, ma non riescono più a contrattaccare.
Ancora una volta il tempo, per loro, sembra scorrere troppo piano, mentre,
com’è inevitabile, per i tedeschi, che sentono di poter vincere una partita che
sembrava perduta, sembra volare.
La Germania ha ritrovato il suo
gioco.
I tedeschi, ora, attaccano a folate, dominano sulle fasce, sentono che la
vittoria è a portata di mano.
Il capitano Beckenbauer incita i
suoi, avanza addirittura a cercare la conclusione.
A cinque minuti dalla fine, Flohe sfonda sulla
destra, raggiunge il fondo, crossa al centro. La
coppia centrale slava perde il contatto con Dieter Muller che sembra un po’ troppo avanti rispetto alla
traiettoria del suo compagno.
Il centravanti tedesco si ferma, bloccandosi miracolosamente
sul terreno viscido, e, in mezza girata, colpisce al volo col destro, in
caduta, con una prodigiosa coordinazione.
Il ragazzo sembra quasi fermarsi in aria, per un attimo
galleggia nella pioggia.
Quando ricade a terra il pallone è già in rete.
La sua staffilata in diagonale ha gelato il povero Petrovic,
letteralmente immobile al centro dei pali.
La panchina tedesca esplode.
I cinquantamila spettatori slavi ammutoliscono.
Nell’immenso catino, adesso, si sentono solo i tedeschi.
Perfino Schoen balza in piedi con le braccia al cielo: è un evento.
La prodigiosa serata di Dieter Muller si chiude di lì a poco con il suo terzo gol personale che fissa il punteggio sul 4-2 per i tedeschi trasformando definitivamente un incubo in un trionfo.
A fine partita qualcuno fa i conti :
Dieter Muller ha giocato
quaranta minuti, fra tempi regolamentari e supplementari, ha tirato in porta
tre volte e segnato tre reti in una semifinale dei Campionati Europei.
Tutto questo nel giorno del suo esordio in Nazionale.