Le bigné degli Europei

 

Horst, il panzer

Quella non era la finale che tutti sognavano.
L’Italia, padrona di casa, è stata eliminata ed è il Belgio, in questa tiepida serata romana, a sfidare la Germania Ovest, per la terza edizione consecutiva finalista degli Europei.

La squadra tedesca si è molto rinnovata dopo il deludente Mundial argentino nel quale, per la prima volta dal ‘62, non si è piazzata nelle prime quattro.

Oltre a Franz Beckenbauer, che ha lasciato già da qualche anno, hanno abbandonato al nazionale altri “mostri sacri” come Vogts, Schwarzenbeck, il portiere Sepp Maier, Bonhof e soprattutto in panchina non siede più Helmut Schoen, con i suoi occhi liquidi e la sua faccia che sembra modellata nella cera.

Il suo posto è stato preso dal suo vice, Jupp Derwall, che con la sua faccia rubizza, i capelli biondi e gli occhi azzurri, sembra la reclame del tedesco di mezza età.
Jupp ha rifondato il Nationalmannschaft partendo dal presupposto, tipicamente teutonico, che le cose semplici sono spesso le migliori.
Ha quindi cominciato col confermare il classico modulo di gioco, tradizionalmente confacente ai calciatori tedeschi; ha trovato in Ulrich Stielike un uomo che potesse, come personalità, fungere da guida come era solito fare Beckenbauer e gli ha affidato il ruolo di leader.
Poi ha lanciato un portiere dal rendimento regolare come Harald Schumacher, ed ha trovato un difensore centrale di grande affidabilità in Karl Heinz Foerster.
Per il centrocampo ha puntato sulla classe di un calciatore estroso come il giovane Bernd Schuster, sulla fantasia di una mezzala dal fisico e dalla mentalità latina, Hansi Muller e sulla potenza di un autentico panzer come Hans Peter Briegel, il cui strapotere fisico è stato spesso decisivo.
Il punto meno forte di questa Germania è, strano a dirsi, proprio l’attacco.    

Il reparto ruota attorno a quello che, a ragione, è ritenuto forse il miglior attaccante europeo dell’ultima generazione, Kalle Rummenigge, ma, contrariamente agli altri reparti della squadra, proprio l’attacco manca di integrazione fra i suoi componenti.

Accanto a Rummenigge, che funge da punta esterna e svaria molto sul fronte offensivo, Derwall schiera un calciatore molto dotato, ma discontinuo, come Klaus Allofs e si affida ad un ariete arrivato tardissimo al calcio professionistico: Horst Hrubesch.

La vicenda di Hrubesch è addirittura romanzesca.
Ha esordito in Bundesliga a 29 anni ed in meno di un anno è arrivato in nazionale.
Alto, grosso, con un faccione rubizzo ed un corpo smisurato, Horst assomiglia più ad un frequentatore abituale dell’Oktoberfest che ad un calciatore professionista.
La sua faccia è dominata da un nasone tozzo e la fronte bassa ospita un ciuffo di capelli biondicci, che, nell’insieme, lo fa assomigliare al classico sergente della Wermacht.
In campo Horst ha un modo di giocare tutto suo: si piazza nei pressi, o nel cuore, dell’area avversaria e calamita tutti i palloni alti.
La sua forza d’urto negli stacchi lo rende irresistibile, ma proprio la sua mole è anche il suo difetto più grosso.
Horst, infatti, è spesso tagliato fuori dal gioco della squadra quando questo si svolge in velocità, e questo, assieme al suo non eccelso “pedigree”, gli attira addosso molte critiche.

Finora, in questo Europeo, non ha brillato; l’irresistibile ariete che ha trascinato l’Amburgo in finale di Coppa Campioni sembra rimasto a casa.

Il Belgio, avversario in questa finale, è l’esatto complemento della squadra tedesca.
Raymond Goethals, vecchia volpe del calcio belga, ha mollato le redini ad un allenatore di grande intelligenza, un organizzatore senza pari, un tattico con pochi uguali nella storia del calcio di ogni tempo.
Nonostante queste doti, Guy Thys, non è amato dai mass-media, né troppo compreso dagli addetti ai lavori.
Taciturno ed istintivamente antipatico, Thys è capace di lunghi silenzi anche nelle più gremite conferenze stampa.

Il suo modo di giocare rispetta in pieno il suo carattere, saggio e prudente, ma al tempo stesso caustico.

Il Belgio ha schemi semplici e lineari e, come il suo CT, non sorride mai.
Thys lo ha davvero plasmato a sua immagine e somiglianza.
La squadra non ha fuoriclasse, ma non conosce il significato di “punto debole”.
Fra i pali c’è uno dei portieri più forti d’Europa, sicuramente il più estroso e spettacolare, Pfaff; la difesa è incernierata su due giganti come Meeuws e Millecamps e possiede due terzini velocissimi come Gerets e Renquin.
Gioca a zona e con un ossessivo impiego della tattica del fuorigioco è capace di mettere in crisi qualsiasi avversario.

Ma il capolavoro di Thys si chiama Van Moer, il regista tornato in nazionale ormai trentaquattrenne.
Attorno a lui gira, in senso letterale, tutta la squadra.
La sua sapiente pelata pensa il gioco e coordina l’azione dei potenti cursori Cools e Vandereycken, i suoi lanci armano i contropiede spesso letali del velocissimo Van del Elst e dello straripante Ceulemans.
Thys non schiera punte nel senso classico del termine; l’attacco belga non dà punti di riferimento all’avversario e colpisce spesso con gli inserimenti a sorpresa dei centrocampisti.

Sotto gli occhi dell’arbitro Rainea, sul terreno dell’Olimpico carezzato dal ponentino, la trappola belga è scattata anche questa sera.

Horst Hrubesch ha segnato il suo primo gol dopo dieci minuti.
Lo ha fatto nel modo per lui meno consueto, con una girata dal limite dell’area, su passaggio di Schuster: un rasoterra che ha sorpreso Pfaff, dando l’illusione di una vittoria facile.
Per poco però.

I belgi,infatti, hanno preso a giocare il loro calcio asfissiante, fatto di fitti passaggi rasoterra.
Una ragnatela tessuta attorno a Van Moer, nella quale si sono impastoiati i fantasisti tedeschi, incapaci di inventare gioco, e poco propensi a contrastare quello avversario.

Il Belgio macina il suo gioco, ma la Germania pur soffrendolo non corre grossi rischi.
La partita è noiosa, i 58.000 dell’Olimpico, in buona parte italiani che si erano accaparrati il biglietto fiduciosi in una presenza degli azzurri assistono distaccati.
Il secondo tempo è ancora meno brillante, i belgi sembrano limitarsi a “difendere la sconfitta”  per usare un  termine caro a Gianni Brera, ma colpiscono alla prima distrazione tedesca.
Van der Elst fugge in contropiede, Stielike lo stende da dietro.
Il fallo sembra fuori area, ma Rainea, fra la sorpresa generale e le proteste vibranti dei tedeschi indica il dischetto !

Vandereycken trasforma e il Belgio, a meno di venti minuti riacciuffa il pareggio e si prepara a infliggere ai tedeschi il tormento dei supplementari.
La reazione degli uomini di Derwall è furibonda, ma scomposta.
Il Belgio viene assediato, ma sembra un crotalo che comprime le sue spire in attesa di liberare la potenza elastica per colpire.
Derwall, inquieto, osserva la partita in piedi.
Hansi Muller è incappato in una delle sue serate più grigie, Rummenigge, invischiato nell’apparato difensivo belga non trova spazi per sfoderare la sua devastante potenza, Klaus Allofs conferma la sua disarmante discontinuità, Hrubesch, cui non molti danno credito, sembra confermare tutti quei limiti tecnici che l’hanno tenuto lontano dal grande calcio fino ad un’età nella quale i colleghi più dotati cominciano a pensare di smettere .
Ormai i supplementari sono alle porte e non promettono nulla di buono per i tedeschi, che in un ennesimo, rabbioso, disordinato assalto guadagnano un tiro dalla bandierina.
Va a calciarlo Hansi Muller quando mancano meno di centoventi secondi alla fine.

Nella mischia in area, pochi si accorgono che manca il corpaccione di Hrubesch sul quale, arretrato al limite dell’area, si porta Millecamps.
Quando
parte la rincorsa di Hansi, fra Hrubesch e il belga si scatena una lotta senza esclusione di colpi, il gigante tedesco si libera dell’avversario che cerca di aggrapparsi al suo poderoso torso, la mani del difensore scivolano sulla maglia bianca di Horst che si lancia verso il primo palo.
Inutilmente Meeuws cerca di intervenire, anche Pfaff è in ritardo sulla parabola di Muller perfettamente pennellata, invece, per il capoccione di Horst Hrubesch che arriva come una furia e schiaccia il pallone in rete.
Per i calciatori tedeschi è la fine di un incubo.
Hansi Muller corre in braccio al gigantesco centravanti,  sommerso dagli abbracci degli altri compagni cha solleva come fuscelli.
A bordo campo Derwall esulta.
Sulla panchina accanto a lui Guy Thys parla piano con il suo assistente quasi commentasse un errore in una partita di cui è un osservatore disinteressato.