Un sabato di fine aprile del 1972.
San Siro è gremito.
Le cronache riportano che i paganti sono 63.549 , per un incasso di 150.405.300 lire.
Una cifra così oggi fa sorridere, ma all’epoca era di poco superiore al primo premio della Lotteria Italia.
Anche gli spettatori sono una cifra ragguardevole : poco più di tre settimane prima, la semifinale di Coppa Campioni fra Inter e Celtic ha richiamato solo seimila spettatori in più.
In quel tiepido pomeriggio semifestivo la partita che ha richiamato tanto pubblico è il quarto di finale fra Italia e Belgio, gara di andata valida per la qualificazione alla fase finale dei Campionati Europei di calcio.
L’Italia detiene il trofeo ed è “vice-campione del Mondo”, titolo inventato dalla stampa italiana dopo i mondiali di Messico ’70.
Il Belgio è una sorpresa.
In Messico ha deluso, ma si è qualificato eliminando il
Portogallo di Eusebio ed è allenato da un signore
taciturno, dalla faccia simpatica ed i capelli un po’ arruffati.
Si chiama Raymond Goethals
ed ha un’idea del calcio piuttosto diversa da quelli dei suoi colleghi.
Dopo il mezzo disastro di Città del Messico la Federazione belga lo ha confermato e lui, a sua volta ha confermato quasi tutti i titolari della spedizione mondiale.
A Milano, per la prima partita, ha scelto una formazione
collaudata che si basa sui blocchi dell’Anderlecht e dello Standard rinforzati
da qualche elemento di spicco del Bruges.
E’ una formazione arcigna, atleticamente dotatissima,
tatticamente disciplinata e all’avanguardia in quello che già viene chiamato da qualche voce fuori dal coro “calcio
totale”.
Escluso Paul Van
Himst, nessuno dei calciatori belgi ha, tuttavia,
fama
internazionale.
Si parla bene di un interno “moto perpetuo” Van Moer, del centrattacco Lambert e molta impressione ha destato, affrontando l’Inter con lo Standard Liegi, la velocissima e microscopica ala destra Semmeling.
Ma il punto di forza dei belgi, lo scopriranno fra poco gli azzurri, è la difesa.
Una difesa basata sulla coppia centrale composta dal colossale Thyssen e dall’agile Vandendaele, con due terzini duttili ed esperti come Heylens e Maertens e protetta alle spalle da un portiere che mostra meno degli anni che ha : Christian Piot.
Nato a Ougrée, un sobborgo di Liegi, Piot ha appena compiuto venticinque anni e da quasi tre gioca in nazionale dove è stato titolare, non ancora ventitreenne, anche al Mondiale.
Oltre a lui, Goethals schiera
altri sei titolari dell’ultima sfida giocata all’Azteca
quasi due anni prima.
Il C.T. azzurro, Valcareggi, non è da meno : anche lui, nonostante le forti pressioni della stampa,
presenta una formazione basata sui “messicani”: addirittura 9/11 della
formazione erano in campo nella finale contro il Brasile !
Arbitra il bulgaro Nikolov, non è un principe del fischietto, ma questa
partita d’altronde è considerata la meno delicata di questi quarti di
finale
nei quali spiccano Inghilterra-Germania, e una sfida
bollente come Jugoslavia-Unione Sovietica .
L’Italia attacca con veemenza, l’orgoglio
dei “messicani”, ormai dati per finiti,
produce un gioco a tratti rabbioso.
I belgi sono ordinati, ma Mazzola e De Sisti sembrano
aver trovato la chiave giusta per far filtrare i palloni a Riva e Anastasi.
La difesa belga soffre.
Ma c’è Piot.
Subito, dopo pochi secondi dal fischio d’inizio di Nikolov,il portiere belga toglie
letteralmente dalla porta un’incornata di Riva.
Poi la sua partita diventa uno show, quasi una sfida fra quel ragazzo vestito di nero e l’attacco azzurro.
Prima arriva a togliere il pallone dall’angolo alto, ancora su una fiondata di Gigi, poi graffia via un tiro di Anastasi, quindi si arrampica fino sotto la traversa, con un volo rovesciato, per deviare un tiro del nuovo entrato Causio che lo aveva sorpreso, infine si supera respingendo un colpo di testa a colpo sicuro di Riva, servito da Mazzola.
Oltre a questi prodigi, Piot, para tutto: esce in presa alta, in tuffo, in mischia, domina sui calci d’angolo collezionati invano dagli azzurri.
Finisce 0-0.
L’epopea dei “messicani” sta per finire.
A fine gara, Riva gli propone lo scambio della maglia e Piot acconsente di buon grado con un sorriso radioso.
L’ultima immagine è quella di questo portiere che, fasciato d’azzurro, saluta il pubblico di San Siro e, con le sue prodezze, archivia un pezzo di storia del calcio azzurro.