Ci sono partite nelle quali gli episodi e le emozioni diventano un grumo inestricabile assieme ai sentimenti, così che, alla fine di due ore di corse, fatica, sudore, vengono ricordate solo poche immagini che diventano mito.
Quando Italia ed Olanda scendono in campo all’Amsterdam Arena per la semifinale degli Europei, dei quali gli olandesi sono organizzatori assieme al Belgio, la partita è molto attesa, ma da questa sfida non sembrano poter scaturire pagine epiche.
Gli olandesi sono una buonissima squadra, forse la migliore come gioco fra quelle viste all’Europeo, tuttavia non sembrano capaci di un calcio coinvolgente come quello cui ci aveva fatto assistere l’indimenticabile “Arancia Meccanica” di Monaco ’74.
In panchina siede una vecchia conoscenza del calcio italiano, Franklin Rijkard, ex-colonna del Milan, ed in campo sono molti i giocatori che militano in squadre italiane o che lo hanno fatto nel recente passato.
Oltre al portiere juventino Van der Sar e all’altro bianconero ed ex-milanista Davids, Rijkaard ha convocato Dennis Bergkamp, che ha giocato nell’Inter e Seedorf che ci gioca ancora, gli ex milanisti Patrick Kluyvert e Reiziger e l’ex laziale e ex interista Aaron Winter.
Neppure la Nazionale azzurra ha fatto meraviglie, ma, se non altro, ha messo in mostra una solidità che fa ben sperare nello scontro con gli olandesi.
Il C.T. azzurro, Dino Zoff, non ha buoni ricordi dell’Olanda: due tiri da lontano proprio scagliati dagli olandesi gli avevano rovinato la reputazione più di venti anni prima ai Mondiali d’Argentina.
Stavolta tutto sembra pronto per la rivincita.
La partita è affidata al tedesco Merk, un duro, che tuttavia è garanzia di un arbitraggio equo.
Le formazioni contengono qualche sorpresa.
Fra gli azzurri manca Totti, cui Zoff preferisce all’avvio Del Piero.
Secondo qualcuno è il primo episodio di una nuova “staffetta”, simile a quella che rese famosi Mazzola e Rivera.
In realtà è un espediente di Zoff per sorprendere gli olandesi affiancando ad Inzaghi il compagno di reparto col quale ha formato una coppia dall’intesa perfetta, una macchina da gol bloccata solo da un brutto infortunio occorso a Del Piero, un infortunio dal quale il capitano bianconero sta faticosamente cercando di tornare da quasi nove mesi, dopo un anno di inattività.
La scelta è coraggiosa, anche perché il giovane romanista Totti ha disputato fin qui un Europeo praticamente perfetto.
La partita comincia mentre i commentatori radiofonici e televisivi disquisiscono di questo avvicendamento inatteso.
E non comincia bene.
Gli oltre 53.000 tifosi che dipingono di un arancione intenso le tribune del modernissimo impianto spingono l’Olanda all’assalto di una squadra azzurra che appare subito timida e mal disposta in campo.
Gli olandesi attaccano con due esterni molto aggressivi, Overmars e Zenden che giocano molto larghi permettendo così a Bergkamp e Kluyvert di fungere da doppio centravanti contro la nostra difesa che, invece, prevede tre difensori centrali : Cannavaro, Nesta e Iuliano, oltre a Maldini.
I nostri soffrono, molto.
Il gioco degli incroci sul terreno finisce per opporre il nostro Zambrotta a Zenden.
Zenden, esterno del Barcelona, è un’ala vecchio stampo.
Di nome fa Boudewijn,segno che i genitori erano gente di spirito, ed è anche un figlio di buona donna, salvandone la madre.
Zambrotta non è un difensore, oltretutto Zenden è velocissimo sullo stretto dove può far valere un fisico compatto e il classico baricentro basso dei calciatori capaci di cambi di direzione repentini.
E si butta.
Ad ogni contrasto con Zambrotta, Zenden rotola a terra.
Merk mette per forza l’occhio addosso a quei due; Zambrotta non è troppo sveglio, forse a causa del clima concitato in cui si disputa la partita, abbocca sempre alle finte dell’olandese, che, spesso lo aspetta per incassare un fallo.
Al secondo fallo consecutivo ed inutile, sul quale Zenden accentua molto l’intervento, l’arbitro sventola il giallo sotto il naso dell’azzurro.
La partita prosegue sulla stessa falsariga: gli arancioni attaccano sulle fasce, l’Italia non riesce a controbattere, oltretutto il gioco viene appoggiato spesso su Zenden che punta sempre Zambrotta.
Una volta l’azzurro lo tocca e Zenden si butta come fulminato, Zambrotta alza le mani urla si ferma quasi protestando la sua innocenza, ma Merk non ha fischiato ed allora l’olandese fa in tempo a rialzarsi e rigiocare il pallone: una simulazione da manuale, ma l’arbitro lascia correre.
La mezz’ora scocca con l’Olanda in costante assedio e la squadra azzurra quasi imbambolata.
Tre quarti di campo azzurri, Zenden difende il pallone, parte in slalom verso la fascia laterale.
Un azzurro si ritrae, ma Zambrotta no, lo insegue benché si allontani.
Boudewijn se ne accorge con la coda dell’occhio, taglia la strada all’azzurro, che nella foga porta il tackle lo stesso.
Zenden scarta ancora verso le gambe di Zambrotta rendendo inevitabile il contatto viene toccato e cade platealmente: il fallo stavolta c’è, Merk fischia e, dopo averlo ammonito per la seconda volta, espelle Zambrotta.
A rigore di regolamento l’espulsione può anche starci, certo è che Zenden si rialza a testa bassa e ostinatamente evita lo sguardo di tutti gli azzurri, quasi non fosse proprio in pace con la sua coscienza.
Per gli azzurri sembrano davvero suonare rintocchi funebri: in dieci contro undici dopo mezz’ora di grande sofferenza contro una squadra cui non riuscivano a prendere le misure neppure in condizioni di parità numerica e con un arbitro che sembra ben disposto verso gli avversari.
Dopo cinque minuti scarsi ecco la temuta conferma dell’orientamento di Merk: Nesta tocca Kluyvert, forse lo trattiene, forse no, ma l’arbitro fischia il rigore.
Sembra proprio la fine.
Zenden, in disparte, sembra ridersela sotto i baffi mentre Frank De Boer prende la rincorsa contro il portiere azzurro, Toldo.
Il tiro dell’olandese è secco e angolato, ma Toldo, miracolosamente, ci arriva e devia in angolo !
Boudewijn Zenden sente qualcosa mordergli l’anima.
La partita riprende, si straccia in duelli rusticani, l’epica comincia ad emergere quasi che l’area azzurra sia una Roncisvalle che tutti sono decisi a difendere fino alla fine.
Il primo tempo finisce e rientrando negli spogliatoi qualche azzurro spiega a Zenden cosa pensa di sua madre in quella sorta di esperanto che si parla sui campi di calcio.
“Ma cosa vogliono”
- pensa Boudewijn Zenden –“Proprio loro, gli italiani, che il nostro ‘mister’
ci ha raccomandato di
non sfiorare neppure, tanto sono infidi, simulatori ed antisportivi.
Perché mi insultano, se loro sono i maestri di ogni inganno ?”
Il suo è quasi un “mantra”
recitato in silenzio, non gli danno fastidio gli insulti, lo disturba di più il
capitano azzurro che allontana uno dei più arrabbiati, lo agita di più il
ricordo dello sguardo sorpreso e allucinato di Zambrotta
mentre guarda il cartellino rosso.
Anche Merk lo guarda con occhi diversi, tant’è che non gli fischia più nulla e arriverà ad ammonirlo al successivo tuffo.
Negli spogliatoi, seduto sulla panca, Boudewijn Zenden guarda per terra, ripensa forse a quei falli cercati e trovati, a quel rettangolino di plastica rossa sventolato davanti a quella maglia azzurra, alla faccia livida ed agli occhi di Zambrotta.
Certamente pensa al volto serio di Markus Merk, allo sguardo che gli ha rivolto uscendo dal campo.
Passano rapidamente dieci minuti, specialmente nell’intervallo di una semifinale attesa da un’intera nazione.
Alla ripresa la partita è la solita.
Il solito Overmars, il solito Zenden, la solita Italia arroccata davanti alla linea di porta, una porta difesa da un portiere miracoloso.
Un portiere come quel CT che adesso segue la partita seduto in panchina, impassibile come una sfinge.
Dopo diciassette minuti, Iuliano, in netto ritardo, aggancia al limite dell’area Edgar Davids: Merk fischia l’inevitabile calcio di rigore.
Nessun azzurro protesta.
Zenden tira un sospiro di sollievo; il muro arancione che circonda il prato palpita e trattiene il fiato.
Sul dischetto si presenta Patrick Kluyvert, il centrattacco che nel quarto di finale con la Yugoslavia ha segnato quattro reti.
Prende la rincorsa in un silenzio assordante.
Zoff in panchina si aggiusta la cravatta, come chi si prepara ad uscire di casa, Toldo ha lo sguardo spiritato di un San Sebastiano legato alla colonna del martirio, si piega sulle ginocchia, carica le poderose molle dei bicipiti femorali che prima lo hanno spinto a deviare il rigore di Frank De Boer.
Il tiro è secco, angolato.
Quel portiere miracoloso ha fatto un passo per slanciarsi, ma dalla parte opposta.
Sembra fatta.
Ma il rumore che il pallone fa rimbalzando dal palo resterà per sempre nelle orecchie di Boudewijn Zenden, come un colpo d’ascia che si pianti nel tronco fradicio della sua coscienza.
Da lì alla fine per l’ala olandese la partita è come una VHS consumata dall’uso.
Tutto si svolge come se fosse già visto.
E scritto.
Persino quando Rijkaard lo richiama per inserire Van Vossen nei supplementari, Boudewijn Zenden la prende come una liberazione.
Quando comincia la tortura dei calci di rigore, non ha bisogno di guardare le facce di Frank De Boer, di Jaap Stam, di Bosveldt mandati a ingigantire la fama di quel portiere gigantesco e imbattibile.
Quando Totti va a calciare e fa quella cosa che gli italiani chiamano ridendo “er cucchiaio” realizzando un rigore che vale assai più di un punto, Bodewijn Zenden, prende le sue scarpe e, prigioniero per regolamento del cerchio di centrocampo come i compagni, guarda verso la panchina.
La sua coscienza gli dice che a festeggiare, di lì a poco, saranno gli azzurri.
E un boato arancio strozzato e smorto gli fa subito sapere che aveva ragione.