Ci sono giocatori che hanno una onesta
carriera internazionale, magari anche lunga, fatta di tante partite, regolata
dai grandi appuntamenti del calendario, ma che alla fine non vengono mai
ricordati per una partita decisiva, una partita nella quale hanno realmente “fatto la differenza”.
Jean François Domergue, terzino del Toulouse, non è fra questi.
Quando scende in campo con la maglia della nazionale
francese, nella semifinale degli Europei 1984 allo Stade
Vélodrome di Marsiglia, compie proprio quel giorno (è il 23
giugno) 27 anni.
No si immagina neppure che razza di compleanno si
appresta a vivere.
Jean François Domergue già non potrebbe sognarne uno migliore : giocare con la maglia della Nazionale in una delle
partite più importanti nella storia del calcio francese; lui che, in quegli
Europei, si è trovato titolare quasi per caso.
Manuel Amoros, indiscussa prima scelta di Michel Hidalgo per il ruolo, nella prima sofferta partita contro la Danimarca, è stato espulso dall’arbitro tedesco Roth per un fallaccio su Jasper Olsen.
La squalifica è scattata, inevitabile, per
il resto del torneo e Jean François
Domergue ne ha ereditato il posto in squadra.
Ha disputato fin lì tutte le partite, con onesta applicazione, fungendo come
quasi tutti i suoi compagni da ballerina di fila attorno all’indiscussa stella
del torneo: Michel Platini, che
sta disputando un Europeo eccezionale.
Nelle prime tre gare, ha segnato sei reti ed una settima,
decisiva, proprio nella durissima prima sfida contro i danesi, gli è stata
tolta per una deviazione, forse ininfluente, del difensore Busk.
Domergue ha cantato nel coro, senza steccare, ma i
riflettori non si sono mai posati su di lui e non sembrano doverlo fare quella
sera in uno stadio ribollente d’entusiasmo e di tifo con la Francia che si
trova di fronte ad una delle squadre rivelazione del torneo.
Il Portogallo si è qualificato alle semifinali nel girone che ha visto la
sorprendente eliminazione della Germania Ovest
campione in carica.
Allenato da Fernando Cabrita, il Portogallo conta
sulla sua proverbiale abilità nel palleggio, su quella che in quegli anni comincia
ad essere chiamata “una grande
organizzazione di gioco” e sulla
grande esperienza internazionale dei calciatori di Porto e Benfica
che ne innervano la formazione.
Il centrocampo, composto da Antonio Sousa, uno degli interni più forti d’Europa, dal regista Jaime Pacheco, entrambi del Porto, e dal fantasista Chalana, è un reparto capace di competere anche con quello francese, ritenuto il migliore del torneo.
L’attacco patisce il solito problema, cronico dopo il tramonto di Eusebio, dell’assenza di un fromboliere, ma il vecchio “benfiquista” Nenè Tamagnini ed il discontinuo Jordao o la “scarpa d’oro” Gomes, reduce da un infortunio, promettono di far meglio del solito in quel torneo.
La Francia, dal canto suo, teme soprattutto sé stessa e quella sua incredibile capacità di crollare sul traguardo che la fa beffardamente definire “La Championne du Monde de matches amicaux” (“la squadra campione del mondo delle partite amichevoli”) .
In effetti Platini & C. vengono da una terribile delusione ai Mondiali di Spagna dove sono stati eliminati in semifinale dalla Germania Ovest, ai calci di rigore, in una partita che conducevano per 3-1 nei tempi supplementari.
La squadra di Hidalgo è equilibrata, possiede un centrocampo
fortissimo composto da un quadrilatero di campioni
assoluti, uno solo dei quali potrebbe fare la fortuna di una nazionale.
Giresse, Tigana e Fernandez, sono infatti degni di
Platini che costruisce e va a concludere e i “quattro moschettieri” in questo
torneo hanno incantato.
L’arbitro è l’italiano Paolo Bergamo che quando fischia l’inizio lo fa davanti ad uno stadio traboccante di entusiasmo, passione, ma anche di trepidante attesa.
Si capisce subito che la Francia troverà duro.
Il Portogallo nasconde la palla, il suo fraseggio impedisce
al centrocampo francese di giocare al ritmo che predilige, inoltre, bastano
poche battute per capire che il Platini di questa sera
non è il solito mostro delle gare precedenti.
Infastidito dalla marcatura organizzata della difesa del Porto, per l’occasione
trapiantata in nazionale, Michel Platini non brilla.
Spreca anche un paio di calci piazzati, cosa insolita per lui, e in tribuna c’è
chi comincia a pensare male.
Poco prima della mezz’ora su un altro calcio piazzato dal limite dell’area, la
barriera ed il portiere
portoghese si aspettano ancora la conclusione del fuoriclasse
francese, invece la palla viene toccata per Jean François Domergue che tira in
porta forte e preciso, sorprendendo Bento.
Lo stadio esplode, Domergue non
crede ai suoi occhi, ma non sa che è solo l’inizio.
La partita si addormenta su quel gol.
Per quasi cinquanta minuti.
I francesi cercano di prenderla in mano, ma il Portogallo,
impassibile, gli rende difficile ogni cosa.
I lusitani, equilibratissimi, non si scoprono e Platini, da lontano, ha il mirino fuori centro.
I suoi tiri passano sempre a lato della porta portoghese, o superano la
traversa.
Su un ritmo blando, finisce il primo tempo e sulla stessa falsariga comincia le ripresa.
Il Portogallo non si rende pericoloso neanche
quando, al ritorno in campo, presenta la punta Gomes
per Diamantino, per la Francia e per il suo pubblico sembra possibile anche una
vittoria di misura, in una partita giocata, per una volta, in modo poco
brillante.
Sembra.
Ma a un quarto d’ora dalla fine, il dinoccolato centravanti portoghese, Jordao, fino ad allora del tutto anonimo, mette in mostra
le qualità per le quali gli era stata pronosticata una carriera da erede di
Eusebio.
Con una morbida e tagliente zampata, brucia la difesa francese e batte Joel Bats.
Il Portogallo ha pareggiato.
Una cappa di mestizia scende sullo Stade Vélodrome.
Brutti ricordi si accavallano nella mente degli spettatori francesi, abituati a
vedere la loro nazionale “passer a coté de l’exploit…” ,
ovvero a restare sempre delusi un attimo prima del mito.
In panchina gli occhi pungenti di Hidalgo sono fissi nel
vuoto, in campo Platini rimprovera qualche compagno, ma il gioco che stasera
non c’è mai stato non sembra poter tornare.
I “bleus de France” si
avventano, combattono, corrono, ma i portoghesi ora giocano bene.
I loro piedi sapienti governano il pallone fino allo scadere della partita.
Quando Paolo Bergamo manda tutti ai supplementari, i
volti dei francesi sono eloquenti, più che la stanchezza esprimono una triste
preoccupazione.
Dopo otto minuti del primo tempo supplementare, la
premonizione che è nel cuore e nel cervello di tutti i francesi, si
materializza.
Ancora Jordao, con una conclusione al volo, batte Bats : il Portogallo è in
vantaggio.
I restanti minuti di quel supplementare sembrano passare in un soffio,
confermando che la splendida Francia “trois buts par match”
è uno struggente ricordo.
Usciti Lacombe per infortunio e poi Six, l’attacco francese schiera adesso due ragazzi di origine chiaramente italiana, Ferreri
e Bruno Bellone, che non hanno grossa attitudine al
gol, così Platini “qui sait tout faire” è passato
centravanti.
La breve tregua fra i due supplementari sembra un incubo.
Alla ripresa la Francia si avventa,
con rabbia e disperazione.
Il pallone, altre volte giocato con arguzia e sagacia, viene
preso a calci furiosi, nel tentativo di portarlo verso la porta avversaria
prima possibile.
Il tempo scorre.
Come la sabbia di una immaginaria clessidra i francesi
sentono scorrere fra le loro dita la grande occasione.
I furibondi e disordinati assalti portano solo calci d’angolo, mischie, ma non
sembra davvero che la Francia possa pareggiare.
Sembra.
A
cinque minuti dalla fine, su un ennesimo, scomposto, assalto sono
saliti in area anche il gigantesco stopper Yvon Le
Roux, che i tifosi chiamano “Obelix”, e Jean Marc Domergue
che rischia di legare il suo primo gol in nazionale al ricordo di una cocente sconfitta.
Il pallone finisce proprio sul piedone di “Obelix”
che calcia con la forza della disperazione, il pallone entra in una mischia
dove spunta lo stinco nudo di Platini che porta il
piede del fuoriclasse a deviarlo.
Sembra fatta, ma il portiere portoghese o, forse, un difensore, o tutti e due,
respingono la sfera all’ultimo momento, il pubblico smorza il suo urlo, lo
stesso fa Platini che maledice la sfortuna.
Ma quella che poteva essere la “partita della vita” di Jordao,
torna ad essere quella di Jean Marc
Domergue che si ritrova il pallone sui piedi a sei
metri dalla porta e
spara in rete quel regalo della sua buona stella.
Platini è il primo a placcarlo, poi tutti i suoi compagni lo sommergono di abbracci, mentre sulle tribune dello Stade Vélodrome si ode la “marsigliese” che si era strozzata in molte gole.
Alla ripresa del gioco, è un’altra Francia.
Tigana è tornato imprendibile, Giresse
tesse subito le sue trame e, mentre tutto lo stadio trascina “les bleus” all’attacco, Michel Platini, raccoglie un passaggio proprio di Jean Tigana e segna il gol della
vittoria.
Lo stadio esplode letteralmente in un tripudio senza
precedenti, tutti i francesi, idealmente abbracciano il loro capitano.
L’ultimo minuto scarso di gioco si disputa in un fragoroso coro che mischia “la marsigliese”
ad “on va gagner”.
Questa partita apre un’epoca.
Verrà sempre ricordata per quel “sacrè
but de Platini”, al 119° minuto, quando i rigori
sembravano ormai inevitabili.
La Francia vincerà l’Europeo, poi, quello stesso anno,
le Olimpiadi e da allora resterà sempre nel Gotha del calcio europeo, cessando
di essere la “Championne des matches amicaux”
Ma nulla sarebbe successo senza la “partita della vita” di Jean Marc Domergue,
senza quei suoi due gol, gli unici che realizzerà con la maglia della nazionale in sole nove
presenze.
Napoleone era solito dire che “ogni suo
soldato aveva nello zaino il bastone di Maresciallo” Con quel bacio
commosso che stampa sulla fronte di Domergue
al fischio finale, Platini, “il Napoleone del calcio“, sembra proprio voler
ringraziare quell’umile soldato che aveva saputo
estrarlo al momento giusto.