Quando l’arbitro italiano
Pairetto fischia
l’inizio della finale della decima edizione degli Europei, l’aria è quella
della delusione.
Si sta giocando, sul
perfetto terreno di Wembley, una finale che non è quella che gli
organizzatori inglesi avevano sognato; l’Inghilterra e la Germania, infatti,
hanno incrociato le loro strade in semifinale e i tedeschi hanno vinto ai calci
di rigore.
Calci di rigore che hanno
segnato indelebilmente
la manifestazione e l’intera annata europea: entrambe le
semifinali e due quarti di finale sono stati decisi dai tiri dal dischetto.
La delusione inglese tiene
lontano il tutto esaurito da Wembley.
Niente
rivincita, trent’anni dopo, per la finale dei Mondiali del ’66 decisi dal
celebre gol-fantasma di Hurst nei supplementari.
Ma anche quella fra Germania e Repubblica Ceca,
l’altra sorprendente finalista, è una rivincita.
Vent’anni prima, a
Belgrado, le due nazionali si erano incontrate nella finalissima dell’Europeo
’76 e, curiosamente, in quell’occasione per la prima volta una finale si era conclusa con “la lotteria dei calci di rigore”, quel
meccanismo spietato che è stato il protagonista assoluto del torneo.
Nei vent’anni trascorsi da
allora, la storia ha rivoluzionato l’assetto politico dell’Europa.
Il crollo dell’Impero
Sovietico è stato il potente motore di cambiamenti politici epocali che hanno
stravolto confini geografici ed etnici e modificato sovranità
nazionali.
La
Germania, che nel 1976 si
chiamava “Occidentale”, si è riunificata dopo il crollo del Muro di Berlino,
invece la Cecoslovacchia si è nuovamente divisa in Repubblica Ceca e
Slovacchia.
I due C.T. sono Berti
Vogts, terzino della Germania sconfitta venti anni
prima, e Dusan Uhrin, allenatore poco conosciuto, ma dalle idee chiare.
Hanno storie molto diverse.
Vogts ha vinto tutto da
calciatore, Uhrin è laureato alla Scuola dello Sport e non può vantare il
passato agonistico del collega, ma al suo paese ha vinto per quattro volte il
premio di miglior allenatore dell’anno, e nelle qualificazioni ha operato scelte precise, anche se non sempre popolari.
La sua squadra
dopo una clamorosa sconfitta in Lussemburgo, l’unica in tutto il girone
eliminatorio, è riuscita a superare l’Olanda, finita seconda, e la
Norvegia, eliminata.
Le due squadre che si affrontano
in finale si sono già incontrate nella prima fase, erano, infatti, nello stesso
girone assieme a Italia e Russia e proprio i cechi,
sconfiggendo gli azzurri di Sacchi nella seconda partita, ne hanno decretato
l’eliminazione.
Nel precedente incontro,
l’esordio all’Europeo, la Repubblica Ceca era stata sconfitta seccamente dalla Germania: 2-0.
Prima di quella partita,
Dusan Uhrin aveva espresso chiaramente il suo concetto semplice di calcio : -“Dovremo essere
concentrati e non fare errori”-
Non era stato così in
quella partita, ma poi, a parte una serie di distrazioni con la Russia che potevano costarle la qualificazione, acciuffata con un
rocambolesco 3-3, la squadra di Uhrin seguirà il diktat del tecnico.
Il suo calcio è essenziale,
veloce, privo di fronzoli, aggressivo , nonostante
l’impiego di una sola punta, Kuka.
Le idee di
Uhrin sono semplici in tutti i campi, a chi gli chiede lumi sulla
disinvolta dieta dei suoi calciatori che non economizzano in birre, risponde –“Sono adulti, sanno loro come fare. Io
faccio l’allenatore, non il guardiano.”-
Con qualche birra fuori e
tanta birra in campo i cechi, sono arrivati alla
finale battendo Portogallo e Francia.
In entrambe le occasioni
non erano i favoriti, ma hanno rovesciato il pronostico e contano
di fare lo stesso, a Wembley, contro i tedeschi.
Nonostante i successi Uhrin non diventa un protagonista.
-“Ha l’aria rubizza e suonata da pugile di
provincia”- scrive di lui un
giornalista di Repubblica e quando, durante la conferenza stampa, qualcuno gli
chiede se conosce il suo illustre compatriota Milan Kundera, l’autore de
“L’insostenibile leggerezza dell’essere”, lui, serissimo, domanda se è un
mediano.
Ma in mezzo ad un calcio
fatto di schemi e numeri, quando i giornalisti italiani gli chiedono quale sia
lo schema che preferisce risponde serafico e sicuro :-“Quello che comprende tutti i migliori calciatori della Repubblica
Ceca”
Prima della finale è sereno : “Mi va bene
l’arbitro, perché hanno scelto i migliori e Pairetto, anche se non lo conosco sarà
bravo, mi va bene anche aver perso l’altra partita perché quegli errori non li
ripeteremo.”
Vogts, dal canto suo sa di
non poter sbagliare.
Agli ultimi mondiali ha perso nei quarti contro la Bulgaria, stavolta non può non
vincere gli Europei.
La sua squadra è esperta,
“anziana” secondo qualcuno, ma è composta da gente
affidabile.
Non c’è più il grande carisma di
Matthaus, ora il leader è Mathias Sammer, il “libero” del Borussia
Dortmund, ma Klinsmann, Hassler e Moeller offrono garanzie e la difesa è
quadrata davanti al portiere Koepke che non sarà un campione, ma ha grande
continuità di rendimento.
Le scelte di Vogts, tuttavia, non sono facili.
Nella battaglia con
l’Inghilterra, in semifinale, ha perso Reuter e Moeller per squalifica e Freund
per infortunio; adesso ha letteralmente i giocatori contati.
Prima della finalissima si ipotizza anche per i tedeschi la possibilità di poter
chiamare rinforzi, poi tutto è rientrato.
Com’è
naturale Vogts è teso.
Sono stati Europei
difficili, cominciati fra lo scetticismo dopo una sconfitta casalinga in
amichevole, la prima con la Francia dopo quarant’anni,
e continuati sempre con il sospetto che quella sia “la squadra di Berti” e non
la migliore Germania possibile.
Dopo aver perso per
infortunio Basler, il campione più quotato, e Jurgen Kohler il potente cardine
della difesa, è stata la volta del bomber dello Stoccarda, Fredi Bobic a dover
rientrare in Germania prima della semifinale con gli inglesi.
Mentre si
ironizzava sulla veneranda età della “squadra di Berti”, per spiegare i
molti infortuni, la nazionale tedesca si è cementata attorno ad un nocciolo
duro, e Vogts non vuole rinunciarci per questa finale.
Per schierare Klinsmann,
acciaccato già da tempo, i medici tedeschi fanno miracoli, e la formazione che scende
a Wembley è sempre più “la squadra di Berti”.
Berti il cocciuto, ha
scelto di rischiare Klinsmann ed affiancargli il tracagnotto Kuntz senza
prendere in considerazione altre opzioni, che adesso
siedono accanto a lui in pan
china sotto le spoglie di un uomo alto e ben
pettinato.
Non vestisse
la maglia del Nationalmannschaft sembrerebbe un impiegato di banca.
La faccia simpatica ed
intelligente, gli occhi azzurri ma non freddi, il sorriso aperto e sereno non lo fanno sembrare neppure un tedesco.
Si chiama Oliver Bierhoff ed è il “centravanti
di scorta” di Vogts.
Ha giocato quasi tutta la
sua carriera da professionista in Italia, prima ad Ascoli, poi ad Udine : dell’Italia e degli italiani ha preso molto.
Cosa che non lo aiuta certo.
Dopo più di un’ora di
passione, con la Germania in svantaggio a causa di un rigore concesso dall’italiano Pairetto per un fallo commesso fuori area,
Vogts decide che sia “der italiener” a rimediare all’ingiustizia di quell’altro
italiano e lo manda in campo al posto di Mehmet Scholl, il fantasista del
Bayern.
E’ una mossa disperata.
Che paga subito.
Sono passati tre soli minuti quando Oliver “der italiener” devia splendidamente in
tuffo di testa una punizione di Ziege e pareggia.
E’ un’iniezione di fiducia
per i “panzer” che prendono una boccata d’ossigeno, stringono i denti sulla
rabbiosa reazione dei cechi.
La gara arriva
ai supplementari, dove, questa volta, c’è una novità.
La chiamano “golden gol”,
o, in maniera più macabra, “sudden death”, “morte improvvisa”.
In parole semplici è la
vecchia regola da oratorio per dirimere interminabili partite
:-“Chi segna questo ha vinto”-
E quel gol dorato lo segna proprio “der italiener”,
dopo soli cinque minuti del primo supplementare.
Ancora Ziege lo lancia sulla sinistra dell’area, un controllo ed un tiro
forte e preciso che non dà scampo a Kouba ed al sogno della Repubblica Ceca.
Pairetto fischia il gol e
la contemporanea fine, mentre i calciatori cechi protestano per un fuorigioco
cui nessuno crede.
La
Germania è Campione d’Europa per
la terza volta.
Se non ci fosse stato Bierhoff avrebbe perso, invece,
la “squadra di Berti”.