Le bigné degli Europei

 

Un piatto freddo

La raccomandazione è quella di consumare una vendetta rigorosamente fredda.
Quattordici anni sono sufficienti per raffreddare sangue ed umori, senza essere così tanti da dimenticare certe frustate al proprio orgoglio ed ai propri sogni.
Quando Germania Ovest ed Olanda si ritrovano al Volksparkstadion di Amburgo il 21 giugno 1988, tanti ne sono passati dalla finale di Monaco, quando la pragmatica squadra di Beckenbauer, di Muller, di Breitner, di Maier aveva battuto quella autentica “fabbrica dei sogni” che era l’Olanda di quella irripetibile stagione.
Il calcio, quel giorno, era tornato indietro di dieci anni e soltanto in quei giorni si era annunciato un modo di intendere il gioco, di viverlo, di possederlo, simile a quello dell’Olanda di Rinus Michels e della sua banda.
Il Milan nel quale militavano due nazionali olandesi, Gullit e Van Basten e nel quale stava arrivandone un terzo, Rijkaard, ha conquistato lo scudetto sbalordendo per un gioco aggressivo come non si era visto da tempo
L’Olanda, tuttavia, fino a questo momento non ha entusiasmato nonostante i gioielli rossoneri, presenti e futuri. 

Sconfitta nella gara d’esordio dall’URSS, vincente grazie all’esplosione di Van Basten contro l’Inghilterra, l’Olanda battendo, con un gol in probabile fuorigioco, la rivelazione EIRE nel convulso epilogo di una partita giocata male e vinta senza merito, si è faticosamente qualificata per una semifinale nella quale non è favorita.
Non è che la Germania abbia incantato, ma, sotto la direzione dell’arbitro rumeno Igna ed al cospetto di oltre sessantamila spettatori equamente divisi fra le due tifoserie, i “panzer” sembrano in grado di conquistare la finale.
Oltretutto la partita di Amburgo sembra il revival di quella storica finale di quattordici anni prima.
Sulle due panchine siedono Rinus Michels, tornato in sella all’Olanda come allora, e Franz Beckenbauer, che di quella Germania vittoriosa a Monaco era il capitano e la bandiera.
In realtà, “Kaiser Franz” segue la partita in piedi, accanto alla panchina inaugurando una moda.
La Germania è una squadra quadrata, potente, ma senza fantasia.
Non bastasse la rivalità fra tedeschi e olandesi, la partita diventa una sorta di derby della Madonnina dopo che l’Inter ha appena annunciato l’ingaggio per la stagione successiva di Matthaus e Brehme, due dei punti di forza del “Nationalmannschaft”.
Al fischio d’inizio gli “italiani” in campo sono sei, oltre ai tre milanisti ed ai due interisti, infatti, c’è anche il giallorosso Voeller, che all’attacco fa coppia con Klinsmann che in Italia verrà solo l’anno dopo.
La partita è noiosa, bloccata a centrocampo dove la cerniera olandese e quella tedesca si contrappongono annullandosi.
I due portieri, il tedesco Immel e l’olandese Van Breukelen non vengono quasi mai impegnati dai rispettivi attacchi sui quali hanno costantemente la meglio le difese. 
Quando il primo tempo si chiude sullo 0-0, lascia pochi rimpianti.
Qualcuno, vedendo il calcio ordinato di Ronald Koeman e Wouters, la geometria ordinata del vecchio Muhren e la contenuta fantasia di Vanenburg, rimpiange la splendida eresia calcistica dell’ “Arancia Meccanica” , la squadra di Johan Cruyff e compagni.

Sembra perfino impossibile che sulla panchina di due squadre che interpretano il calcio in maniera così diversa sieda, a tre lustri di distanza, lo stesso uomo: Rinus Michels.
A questo punto il destino prende a divertirsi, la partita di Amburgo diventa una sorta di replay alla rovescia dell’indimenticabile sfida di Monaco.
Allora tutto si decise nel primo tempo, dove, dopo meno di un minuto l’Olanda si vide assegnare un calcio di rigore,  stavolta tutto si deciderà nella ripresa, nella quale dopo qualche minuto è la Germania a usufruire di un rigore, magnanimamente concesso da Igna.
Gli olandesi contestano la decisione, ma Matthaeus porta in vantaggio i tedeschi.
A Monaco la Germania parve accusare il colpo dopo il vantaggio olandese, adesso è l’Olanda che sembra frastornata.
Il rude Kohler, anche lui futuro protagonista del nostro campionato doma rudemente Van Basten, cui, Michels cerca di dare una mano inserendo un altro italiano, Kieft, che ha risolto la sfida con gli irlandesi.
La  Germania sembra reggere bene, l’Olanda, nonostante la maggiore spinta offensiva non crea troppi pericoli, esattamente come succedeva quattordici anni prima alla Germania nella finale Mondiale.
Ed esattamente come allora accadde ai tedeschi di essere rimessi in partita da un altro calcio di rigore, stavolta capita agli arancioni di beneficiare di un’analoga decisione arbitrale.
Accade che Van Basten inciampi, praticamente da solo, in area di rigore e cada a terra.
Fra lo stupore generale, l’arbitro fischia ed indica il dischetto.
Beckenbauer, in piedi accanto alla panchina, non tradisce alcuna emozione mentre Ronald Koeman trasforma il rigore fasullo nel pareggio olandese che, a soli quindici minuti dalla fine, sembra condannare le due squadre ai supplementari.
Nella finale di Monaco, mentre il primo tempo stava per scadere, il centravanti tedesco Muller non aveva inciso, se non in minima parte, nel gioco, quando, all’improvviso, con un guizzo da grande opportunista, segnò il gol che avrebbe dato alla Germania il secondo titolo Mondiale.
Un gol nato da una disattenzione, costata lo spazio di un metro magistralmente sfruttato dal principe degli opportunisti per  beffare il portiere olandese con un tiro in girata che si sarebbe inesorabilmente insaccato alla sua destra.

Stasera, in questa sorta di specchio magico, è Van Basten a non aver combinato quasi niente  mentre manca pochissimo alla fine.
Da qualche minuto l’arbitro Igna guarda il cronometro lanciando sguardi d’intesa ai segnalinee, segno inequivocabile che il tempo regolamentare sta per finire.
Ronald Koeman avanza, in quella che sembra un’azione d’alleggerimento in attesa dei supplementari, d’improvviso allunga la palla a Wouters che fa tre passi e guarda verso l’area, dove Van Basten con un guizzo, l’unico forse di una partita abbastanza anonima, ha sorpreso il mastino Kohler.
Kohler che non gli ha concesso nulla in tutta la partita è costretto a lasciargli quel metro strappatogli all’ultimo minuto.
Wouters si accorge del movimento del compagno e del ritardo del difensore avversario e gli lancia un pallone precisissimo.
La difesa tedesca, costretta anche ad arrangiarsi per l’uscita del difensore centrale Herget, non ricuce quello strappo di un metro che Van Basten ha aperto all’improvviso.
Immel fa un  paio di passi in avanti e si ferma, Kohler si lancia in tackle, ma Marco Van Basten arriva prima sul pallone, lo aggancia al volo cadendo in una plastica “estirada” e con un tocco di collo interno destro, morbido e tagliente, lo infila alla destra del portiere tedesco.
Quasi immediatamente dopo la ripresa del gioco, Igna fischia la fine.
Il gol di van Basten quindi, qualifica l’Olanda alla finale degli Europei. 
Un gol simile nella sua essenza, anche se diverso nella dinamica dell’esecuzione, a quello segnato da Muller a Monaco, un gol che, dopo quattordici anni, fa assaporare a Rinus Michels, ed agli oltre ventimila tifosi arancioni, il dolce sapore della vendetta.
Una vendetta raffreddatasi in quattordici anni di paziente attesa, ma che nessun tifoso olandese avrebbe mai osato sperare potesse essere così dolce e completa.