To
be or not to be
di Fabrizio Boni
Questa volta non sono partito
prestissimo, come mio costume, e neppure ho ascoltato, con la solita avidità,
le notizie radiofoniche sulla situazione della rete autostradale; ho
disdegnato, persino, le previsioni metereologiche, non ho consultato nessuna
cartina stradale.
E’ stato poco dopo pranzo
che sono andato via, stranamente, da solo. Saranno state le due, due e un
quarto di questa calda prima metà di Giugno. Partire da solo è una cosa che non
ho mai fatto prima. I colleghi d’ufficio, infatti, invariabilmente alla metà di
Luglio mi domandavano: “Mario ma quando vai in ferie?” Rispondevo dando alla
mia voce un tono neutro e distaccato, ed altrettanto invariabilmente iniziavo
con: “Quando sarete tutti di ritorno dalle vostre vacanze, partirò. Almeno ce
ne staremo, con la mia famiglia, soli soletti in qualche bel posticino lontano
dalle orde dei vacanzieri agostani…” Ci ritrovavamo, allora, a percorrere, con
la nostra utilitaria, autostrade poco frequentate, ed aree di servizio con
scarsi clienti, ed il sole obliquo, che disegnava ombre allungate, pareva
avvertirci che la bella stagione stava per terminare. Ma com’era affascinante,
lo stesso, l’Atlantico che frangeva le sue onde sulle scogliere di Quiberon, in
Bretagna, e come profumavano di salmastro e salsedine le ostriche mangiate con
una goccia di limone sulla spiaggia di St. Gilles Croix de Vie, in Vandea,
sotto l’esile tettoia di un miticoltore rubizzo e ciarliero.
Una volta mi sono
lasciato convincere da mia moglie a partire il primo d’Agosto. Ricordo bene
perché era prestissimo, forse le quattro e mezzo del mattino e, stranamente, il
cielo era coperto da un velo di nubi pallide e minacciose. Ad un tratto del
viaggio, neppure dopo due ore, un improvviso incidente, non grave peraltro,
verificatosi qualche chilometro davanti a noi, costrinse la nostra auto, come
tutte le altre, all’immobilità di ben sei ore sotto un sole spietato, figlio
degenere di quella nuvolaglia antelucana che sembrava portatrice di qualche
goccia d’acqua. Quando nel primo pomeriggio la Polizia stradale riuscì a
ripristinare, completamente, il normale flusso di traffico, lanciai
l’autovettura a tutta velocità sul nastro d’asfalto, come a voler recuperare
quella forzata inattività. Passammo d’un soffio Milano, e poi tutta la
Svizzera, infilzandola da Lugano a Basilea. Ci ritrovammo, che era quasi buio,
davanti alla pala della Crocifissione del Grunewald a Colmar, ed il custode,
intenerito ma non stupefatto, dalla nostra ammirazione per il maestro tedesco,
ci concesse di rimanere un po’ di più nella sala, con le tenebre che piano
piano saturavano ogni fessura e pertugio.
Non ho fatto verificare
l’auto da un meccanico e neppure ho controllato, minuziosamente come facevo
sempre, i documenti di viaggio: il passaporto, il biglietto aereo, la
prenotazione, nonché l’orario di partenza del treno Eurostar, il mezzo più
veloce e sicuro per giungere a Roma, e poi da Termini, con un simpatico treno,
con le pareti esterne piene di annunci pubblicitari, diritti a Fiumicino, la
porta d’Italia verso altri mondi.
Mi sovviene, e ne
sorrido, adesso, della mia irrazionale paura del volo aereo quando, al decollo,
allorché si stacca l’ombra da terra, mi prendeva una sorta di anossia e
rimanevo immobile al mio posto, con la cintura di sicurezza sempre allacciata,
timoroso anche di andare in bagno per paura che i miei passi potessero minare
l’aerodinamicità dell’apparecchio.
Mi ricordo di un
atterraggio, poi, su di un quadrimotore ad elica, all’aeroporto di Bukara, a
quei tempi una Repubblica federata dell’U.R.S.S. , quest’oggi Uzbekistan. Una
volta scesi a terra ci accorgiamo che la pista finisce in aperta campagna e che
non esiste nessun fabbricato e nessun autobus che accolga i passeggeri: ci
fanno un vago cenno verso un gruppo di persone che, distanti qualche centinaio
di metri, sta attendendo di passare la dogana. Credo che sia l’unico aeroporto
con la sala d’aspetto ed i banconi ispettivi all’aperto. “Tanto in questo
deserto non piove mai” ci disse un baffuto funzionario dell’Impero.
Non ho avuto esitazione
alcuna a lasciare, d’improvviso, la mia famiglia. Erano tutti intorno a me ed
in silenzio mi guardavano. Non ho spiegato niente, non ho detto dove andavo,
non avrebbero capito, o almeno avrebbero compreso solo parzialmente le mie
intenzioni. Ho biascicato, appena, qualche frase che, credo, sarà stata per
loro incomprensibile, in quanto pronunciata a voce bassissima.
Questa volta il mio
viaggio, quello che ho compiuto da solo, è stato brevissimo, quanto un battito
di ciglia, come il palpitare delle ali variopinte di una farfalla.
Sono già arrivato a
destinazione e non ho con me né una valigia né alcun effetto personale, ma il
clima è eccellente e, quindi, non ho bisogno di niente. In questo luogo mi
sento leggero, etereo, ma vedo che tutto l’orizzonte, finché abbraccia il mio
sguardo, è circondato da un alone bianco, accecante. Da qualsiasi parte mi
volga, il lucore abbacinante non si muove, e non accenna a diminuire
d’intensità.
Sono morto, da poco del
resto, tanto che, ancora, il “rigor mortis” non si è compiutamente sviluppato.
Non ho più ricordi: “per contratto” non posso più averne, e gli ultimi
brandelli di emozioni, questi, scivolano via come bolle d’aria sull’acqua
placida di un fiume.
Adesso potrò viaggiare solo in
avanti: nell’eternità del tempo, nell’immensità dello spazio, nell’assordante
silenzio del vuoto siderale.