Juan del Maracanà

-13-novembre-2002

Oggi è morto Juan Alberto Schiaffino.
Aveva 77 anni, non era diventato miliardario col calcio, però fino a qualche anno fa conduceva una vita agiata nella sua Montevideo assieme alla moglie, sua inseparabile consigliera.
Poi una grave malattia lo aveva allontanato dal mondo, lui, famoso per la mente sempre lucida anche sotto sforzo, aveva perso il contatto col mondo reale ed alla morte della moglie era stato ricoverato in un ospizio.
L'ultima volta che lo avevo visto intervistato in TV, quando ancora stava bene, mi era parso per un attimo che il tempo si fosse fermato: quel signore anziano, dall'aspetto elegante, gli occhi tristi ed il volto scavato e serio, sembrava ancora lo stesso che mezzo secolo prima aveva messo a segno al Maracanà di Rio uno dei colpi più clamorosi della storia e della leggenda del calcio : "el maracanazo".

Quel giorno, il 18 di luglio 1950, la nazionale "celeste" aveva sconfitto il favoritissimo Brasile per 2-1 e conquistato la sua seconda Coppa Rimet e lo aveva fatto di fronte a 200.000 brasiliani, prima entusiasti, poi increduli, alla fine disperati.
Prima della partita un dirigente uruguagio si era avvicinato a "el capitan" Obdulio Varela e gli aveva detto "Se perderete con tre soli gol di scarto, saremo soddisfatti", perché nessuno credeva fosse possibile sconfiggere il Brasile.
Obdulio Varela, che conosceva i suoi polli, aveva riferito il pensiero di quel dirigente a "Pepe" Schiaffino che lui sapeva smisuratamente orgoglioso e dotato di una personalità smisurata quasi come la sua, certo così di "caricarlo" al massimo.

"El capitan" aveva visto giusto perché "Pepe" non accettava di essere secondo a nessuno, nemmeno sapendo che i suoi dirigenti "sarebbero stati soddisfatti lo stesso"
Quella fu una partita epica, in Uruguay ne viene ancora festeggiato l'anniversario, e di quella gara uno dei protagonisti fu proprio Juan Alberto "Pepe" Schiaffino che segnò il gol del pareggio e ispirò quello di Ghiggia, un gol che sprofondò nella disperazione più nera un immenso popolo e ne rese infinitamente orgoglioso un altro.
Ma il più orgoglioso di quell'impresa fu lui, Juan Alberto Schiaffino, che, già grande e famoso, uscì da quello stadio con una fama cresciuta così smisuratamente da proiettarlo nel mito.
Juan Alberto Schiaffino, "el maracanazo" a parte, fu comunque un calciatore a suo modo, e nel suo tempo, immenso.
Brera, che lo ha visto e lo ha definito criticamente come uno dei più grandi di sempre e non solo nel suo ruolo, ne parlava come di un "interno impareggiabile" , leggenda vuole che quando Gipo Viani si trovò a convincere il presidente del Milan, Rizzoli, ad investire una certa cifra (per l'epoca addirittura sconsiderata…) nell'acquisto di una giovane mezz'ala dell'Alessandria, Gianni Rivera, a telefono gli raccontasse "presidente al Moccagatta c'era la nebbia e non si capiva chi era Schiaffino e chi Rivera…" .e bastarono queste parole per convincere lo scettico presidente rossonero a sciogliere i cordoni della borsa.
Perché il nome di Schiaffino non si spendeva mai per scherzo, perché "Pepe" all'epoca era semplicemente "il calcio".

Lo era assieme a Di Stefano e Puskas solo che lui lo era in Italia dove era arrivato dopo i Mondiali del '54, che in Svizzera l'Uruguay avrebbe potuto vincere ancora se non avesse perso, anche per sfortuna, una semifinale leggendaria contro la Grande Ungheria in quella che ancora Brera definì "la più bella partita che abbia mai visto giocare; ho imparato di più in quelle due ore che in vent'anni di calcio giocato e criticamente descritto".
E quella forse fu anche la più bella partita giocata da Schiaffino nella sua leggendaria carriera.
Non era un uomo facile Schiaffino ("Esciafino" secondo la pronuncia rioplatense).
Leader del Penarol, la squadra di Montevideo fondata dagli emigrati piemontesi provenienti da Pinerolo, in nazionale era un po' schiacciato dalla personalità del vecchio "capitan" Obdulio Varela e le loro liti in campo erano leggendarie.
Sempre Brera racconta una volta di aver letto sul labiale di Varela, durante le concitate fasi di una sfida mondiale con l'Inghilterra, la frase "Toma una mujer !" (letteralmente "vai a donne !") rivolta all'isterico "Pepe", auspicando forse che la compagnia femminile riuscisse a smussarne gli spigoli del carattere.

In effetti "Esciafino", forse a seguito di questo autorevole consiglio, prese moglie e soprattutto venne in Italia, a prendere i (molti) milioni di Rizzoli, per conto del Milan del quale divenne il perno, il simbolo e soprattutto il miglior calciatore.
Col Milan vinse scudetti guidando la squadra attraverso le invisibili redini di un carisma inarrivabile, e sfiorò , nel 1958 all'Heysel, la conquista della Coppa Campioni persa ai supplementari con il Real Madrid in una gara dove brillò, ormai anziano, più del grande Di Stefano.
Anche in Italia confermò il suo carattere difficile "Da Schiaffino" - raccontò una volta Nils Liedholm-" era impossibile anche farsi pagare un caffè" , ma c'è anche chi dice che Liddas fosse geloso del suo stipendio e della sua classe davvero inimitabile.
Perché Schiaffino sarà stato isterico, come diceva Varela, avaro, come racconta Liedholm, ma è anche stato il più grande interno di regìa del dopoguerra e uno degli artefici di "el maracanazo" il più riuscito "scherzo da prete" del secolo, almeno nel calcio.
Non so cosa scriveranno quando morirà Pelè, o quando verrà a mancare Maradona, l'uomo che ha portato il calcio ad una dimensione extraterrestre, un calciatore che non ha conosciuto limiti, nel bene e nel male, ma sia il Brasile che l'Argentina hanno avuto altri campioni prima e dopo di loro, l'Uruguay no.
Il paese che si è autodefinito "el padre del futbol porque todos saben que la madre es la Inglaterra" non ha avuto più nessuno dopo di lui, anche perché, diciamolo, non era facile
.