-"Scrivimi di Facchetti"- dice Andrea passeggiando dietro la tribuna della "Dossenina".
Subito mi viene da dire "non sum dignus" .
Facchetti è un'icona interista, un vessillo nerazzurro, il presidente-calciatore della Beneamata : è materia da interisti, quindi, da "nerazzurri nel DNA", come , appunto, Andrea che da interista ha anche lo sguardo sognante e triste.
Poi mi ricordo che proprio lui, Andrea, ha scritto un libro su Rivera e allora …
Io non sono mai stato interista, ma ho, purtroppo o per fortuna, l'età giusta per sapere cos'ha rappresentato per la mia generazione Giacinto Facchetti.
Niccolò Carosio lo aveva ribattezzato "il gigante di Treviglio" e Giovanni Arpino ne fece il protagonista positivo del suo romanzo "Azzurro tenebra", soprannominandolo "Giacinto Altura" e tracciandone un ritratto indimenticabile, schietto e toccante.
Nella trama del romanzo Giacinto Facchetti rappresenta molte cose,
è un eroe puro in mezzo a tante bassezze, a tante mediocrità.
Per me è stato, anzi è ancora, semplicemente, "il
capitano" .
Naturalmente della Nazionale.
Quando ero un ragazzino, la Nazionale era la Nazionale.
Ed il capitano della Nazionale era Facchetti, ed io , lo confesso, non ne ho mai più avuto un altro.
Le bandiere, quelle vere, non si cambiano.
Ricordo come ora il giorno in cui, Facchetti, superò, con sessanta presenze, il record di "Berto" Caligaris, mentre non mi ricordo niente di quando Zoff superò lui e tanto meno di quando Paolo Maldini ha superato tutti e due.
Ho buona memoria per il calcio e le sue storie, il fatto che non me lo ricordi si spiega semplicemente con la mia personale certezza che me questo non sia mai accaduto.
E' stato il mio primo capitano azzurro, ed anche l'ultimo.
E' stato il simbolo delle vittorie e delle sconfitte.
Quante immagini nella memoria.
Facchetti esce festante dagli spogliatoi del San Paolo dopo il vittorioso
sorteggio con l'Unione Sovietica, e una famosa foto lo ritrae mentre salta
accanto ad una piramide di coreani nel giorno di Pak Doo Ik.
Sullo sfondo le tettoie d'ardesia dell'infausto stadio di Middlesbrough.
Facchetti che ci porta sul tetto del Mondo e che stringe la mano a Pelè, Facchetti che consola Beckenbauer col braccio al collo.
Le semplici cerimonie di scambio dei gagliardetti, con gli arbitri un po' sovrappeso e lui che era sempre il più alto, il più atletico dei due capitani: una sorta di miracolo etnico per gli italiani.
Emblematica la foto che lo ritrae all'Azteca mentre scambia il gagliardetto con il capitano tedesco Uwe Seeler : per una volta, la prima e l'ultima, il nibelungo vestiva la maglia azzurra.
Ma non era certo quella la cosa più importante, Giacinto Facchetti era il capitano che tutti ci invidiavano per il suo comportamento irreprensibile , la sua misura, ancor più che per quel suo fisico da decatleta e il suo valore di campione eccelso.
Più della sua eleganza nella corsa, del suo tiro formidabilei mi colpiva il suo stile, la sua correttezza, la sua sportività il suo modo di interpretare un ruolo, che era pur sempre quello di difensore, dove la durezza era spesso un "must" contro certi avversari ed in certe circostanze..
Lui no.
Anche quando lo torturavano quelle alette alte la metà di lui non picchiava mai.
Accadde con Jimmy Johnstone, ma soprattutto con un certo Léon Semmeling, belga tignoso e tuffatore, sopportato con signorile distacco, senza mai imporre lo strapotere fisico in chilogrammi e centimetri.
Con Johnstone, in particolare, mi ricordo la rivincita nella semifinale di Coppa Campioni 1972, dopo la finale persa cinque anni prima, a Lisbona.
Quella sconfitta aveva decretato la fine della Grande Inter e molti temevano l'incrocio Facchetti-Johstone, quelle leve smisurate contrapposte alle zampette veloci di quel nano magico.
Invece la classe s'impose e Giacinto sterilizzò lo scozzese, senza sfiorarlo, ma non senza fatica, quella fatica che nobilita la prova agonistica sotto tutte le latitudini e con tutte le maglie.
Perché Facchetti aveva la caratteristica di essere
"umano" di sudare, soffrire, stringere i denti come uno di noi.
E' un campione, ma deve soffrire e questo lo fa amare.
C'era una cosa che distingueva Facchetti da calciatore: il gol.
In un tempo dove i terzini non superavano quasi mai la metà campo, lui segnava con regolarità.
Ma, secondo me, non è stato tanto importante il gol, quanto l'atto di andare all'assalto, quel lanciarsi in corsa nella metà campo avversaria .
Un atto che ci redimeva dal "catenaccio" che ci veniva rinfacciato .
Ecco, Facchetti per noi italiani spesso bistrattati è stata soprattutto una rivincita.
Culturale, non solo etnica.
C'è stato un periodo in cui, in Francia come in Spagna o in Germania, in Argentina come in Olanda e persino in Brasile un terzino che attaccava e faceva dei gol era definito "alla Facchetti".
Una soddisfazione superiore a quella di vincere un pallone d'oro.
Altri terzini, dopo di lui, hanno fatto gol ma loro stessi, prima di diventare campioni assoluti come Cabrini o Paolo Maldini, sono stati etichettati "alla Facchetti" ; un nome che è diventato una sorta di "griffe" per il ruolo.
Ho scritto troppo e non voglio diventare patetico, o nostalgico.
So benissimo che per i ragazzi che oggi hanno vent'anni Maldini non avrà confronti, ma è la regola del gioco e a me non toccatemi Giacinto, il capitano.
La sua carriera è stata cantata dalle più grandi firme dello sport, ma Il più bel complimento che Facchetti possa vantare glielo fece un ignoto cronista messicano tanti anni fa.
L'ho scoperto in un filmato passato in TV prima di uno degli ultimi Mondiali.
Si giocava la semifinale fra Italia e Germania all'Azteca, ed i tedeschi avevano appena pareggiato col gol del 3-3.
Gli azzurri stavano riprendendo il gioco e il cronista neutrale cercava di descrivere, con il ritmo concitato tipico dei sudamericani, quel grumo di emozioni che stava mandando in visibilio il mondo intero.
Ad ogni giocatore la cui immagine scorreva nebbiosa sullo schermo, il cronista, affannato, dedicava un motto, una frase che ne enfatizzasse il personaggio.
Gigi Riva diventava così -"el zurdo atòmico"- Gerd Muller -"el artillero alemano"- Uwe Seeler -"el gran cabeceador"- Angelo Domenghini -"el moto perpetuo der los azules" e così via in un crescendo di iperboli latinoamericane che gonfiavano di epica quell'evento già destinato alla leggenda.
Quando la palla, tornata in gioco, finì fra i piedi di Facchetti il telecronista cambiò ritmo.
Le sue parole divennero semplici e al tempo stesso piene di ammirazione.
Dopo un silenzio quasi impercettibile che aveva rotto il ritmo incalzante della telecronaca, disse solo, scandendo le parole quasi con rispetto: - "el capitan 'Fachetti', siempre serio, siempre parco..."
Nient'altro.
Mi sono informato, in spagnolo "parco" ha un significato particolare.
Lo usano per indicare una persona degna di ammirazione per la sua onestà.
Non credo che Giacinto Facchetti calciatore abbia mai avuto un complimento più completo e più grande.
Ottobre 2005