(Un’ala nel vento)
© www.postadelgufo.it by Francesco
Parigi
"E' morto
Julinho" -
Così
l''ho saputo dal mio amico Giulio che mi telefona spesso la domenica pomeriggio
per scambiare qualche parola sulla Fiorentina, certe notizie non dovrebbero venir date mai, perché certa gente non dovrebbe
mai morire.
Non è la morte in sé di un uomo, malandato di cuore e d'altro e che avrebbe
compiuto 74 anni il prossimo 9 agosto, a costituire la parte più brutta della
notizia; quello che ti lascia senza parole e che con lui è morto un altro pezzo
di Fiorentina, un altro pezzo di calcio, e un altro pezzo della nostra
infanzia, quando il suo nome,il nome di uno che non
avevamo e non avremmo mai visto giocare, veniva evocato dai nostri padri amanti
del calcio con un rispetto ed un'ammirazione tangibile e che, sentivamo
superiore a quella che noi bambini riservavamo agli idoli del nostro album
Panini.
"Jair"
- disse una volta il padre di un mio amico - "Jair è bravo, ma noi avevamo Julinho
…" - e noi bambini restavamo senza parole di
fronte a quel nome che evocava lunghe corse sulla linea del fallo, terzini
disseminati come i birilli di un filotto, cross
bassi, cosi forti e tesi "che
battevano nei piedi dei nostri o dei loro e finivano in gol, e con lui segnava
anche Virgili !" .
Era una presenza ingombrante ed invisibile, ed anche seccante perché sviliva i
nostri idoli, era una sorta di pietra di paragone che ci faceva sentire ancora
più piccoli, sfortunati di non essere stati grandi "quando c'era Julinho…"
Qualche anno dopo, giovane, ma già adulto, in quell'età
dove non sia ascoltano più incondizionatamente le sentenze
dei più anziani, assistetti ad una trasmissione celebrativa sulla Fiorentina
assieme ad uno di quelli che "l'avevano
visto".
Il video con le clips in bianco e nero mostrava le poche immagini dei
"cinegiornali" che documentavano il primo scudetto della Fiorentina
ed il cronista magnificava soprattutto le doti di Julinho, descrivendolo come
un fenomeno, e lasciando a noi, abituati a Causio e
Claudio Sala a Domenghini e Bruno Conti, scomodi
paragoni fra ricordi e fantasie.
-"Ma era così tanto forte come lo descrive questo qua ?" - mi
venne da dire da presuntuoso ventenne con un tono un po' scettico e "colui
che aveva visto" mi rispose -"No,
per l'amor di Dio, questo che parla non rende l'idea, sta descrivendo un
giocatore di calcio e invece parla di Julinho !" -
Perché per i tifosi della Fiorentina, Julinho
non era "un calciatore"; "calciatori" erano Magnini e Cervato, Segato e Virgili, Gratton e Prini, "calciatore", fortissimo, era anche Montuori, ma Julinho no, Julinho era Julinho e basta.
Non era funambolico, ma imprendibile.
Non aveva un dribbling tutto finte e controfinte, "lui andava diritto, cascavano gli
altri" - è questo
il ricordo. Segnava poco per gli standard dell'epoca (solo 22
reti in 89 partite), ma con lui segnavano tutti gli
altri, "segnava anche Virgili !" - insisteva il padre del mio amico-
"Una volta Julinho gli passò una
palla a porta vuota, col Milan, e Pecos
Bill tirò così alto e forte che il pallone andò in
Viale Manfredo Fanti ! Ma con Julinho alla fine segnava anche uno come Virgili" .
Parlando strettamente in termine di ruolo Julinho era un'ala
destra e se domandavi a chi assomigliasse delle moderne ali destre, se fosse
un'ala "alla Jair" o "alla Causio", "alla Conti"
o "alla Claudio Sala", immancabilmente "quelli che avevano visto" dopo
qualche risatina dissacrante concludevano che Julinho era "un'ala desta alla Julinho".
E basta.
Arrivò dal Portuguesa, vinse uno scudetto memorabile,
giocò una finale di Coppa Campioni, poi, per motivi mai chiariti del tutto,
tornò in Brasile, al Palmeiras, prima della fine
della sua terza ed ultima stagione italiana.
Di lui ho visto e so poco; potrei dirvi "che aveva un piede solo", ma "coloro
che avevano visto" garantiscono che bastava perché con quel piede era
capace di tutto, potrei parlarvi di una vittoria, di un gol , invece vi
racconto di una foto.
Una foto che almeno prima campeggiava nel vestibolo degli
spogliatoi dello Stadio Comunale "Artemio Franchi", era una foto di
Julinho, ma quello che colpiva era l'insieme dell'inquadratura.
Vi era ritratto, oltre al campione viola, un altro giocatore in
una posa inconsueta : un calciatore in maglia a
strisce verticali, quella del Lanerossi Vicenza, che
si sta rialzando affannosamente con lo sguardo rivolto a Julinho, che , in
piedi, sta controllando il pallone con la suola, nella posizione di chi ha
appena vinto un dribbling; il corpo, dalle spalle alle caviglie, percorso da
una ondulazione, sinuosa, dolce e
progressiva.
Quando la vidi, l'unica volta che sono stato in quel luogo magico,
chiesi al mio accompagnatore, ovviamente uno di quelli "che avevano
visto" e lui mi raccontò quello che io adesso racconto a voi.
"Julinho
non era arrivato subito"- racconta
il mio accompagnatore accendendosi una sigaretta, segno che la storia non sarà
breve- "ma dopo che il campionato
era già cominciato da qualche partita, ed una delle prime gare che gioca è a
Vicenza, su un campo molto pesante.
Era stato l'ala destra del Brasile ai Mondiali di un anno e mezzo prima in
Svizzera" - continua con gli occhi che guardano nel tempo -"ed era attesissimo, ma va tenuto
conto che Julinho era arrivato dall'estate del Brasile all'inverno italiano e
che allora in Brasile le partite in caso di pioggia venivano
sospese."
Si sofferma un attimo, come se quello che deve dire gli costi fatica, poi
riattacca parlando con calma per essere chiaro.
"Con queste attenuanti Julinho non tocca palla."
- dice tutto d'un fiato come se fosse una bestemmia di cui vergognarsi, poi
prosegue subito, quasi per cambiare discorso - "Nel Vicenza giocava un giovane
terzino (oggi si direbbe un "emergente"), Mirko Pavinato,
che lo marca benissimo e che nel dopopartita si lascia scappare qualche parola
di troppo, qualche parola che potrebbe essere la frase "tutto qua il
fenomeno brasiliano ?" - qui si ferma e gli sfugge un sorriso.
"La cosa viene riferita a Julinho che prende appunti.
Il campionato continua, Julinho si ambienta, diviene l'uomo in più della
Fiorentina più bella di sempre,una squadra grande che
vince uscendo fra gli applausi anche in trasferta, una squadra che non perde
mai e domina il campionato come nessuno lo ha mai dominato e lo dominerà più.
Passando di vittoria in vittoria la Fiorentina arriva al girone di ritorno ed il Vicenza restituisce la visita alla Fiorentina, su di un
campo che sembra un biliardo, in una bella giornata di primavera e quel giorno Pavinato ritrova Julinho che si ricorda di Pavinato.
Julinho, oltre che di Pavinato, si
ricorda anche di quello che gli avevano riferito Pavinato aveva detto di lui dopo la partita di andata e se
non se lo ricorda qualcuno (maledetti toscani…) provvede a ricordarglielo.
Pavinato passa un brutto pomeriggio
: dribbling di tutti i tipi, veroniche, un autentico campionario con
Julinho che, contrariamente al solito, cerca il colpo spettacolare.
Il risultato è presto messo in archivio e sul velluto Julinho è ancora più
scatenato.
Se la guardi bene"- mi dice -"quella foto ha una prospettiva
"strana" vieni più vicino"-
Si avvicina alla foto e me la indica, riguardandola infatti si nota Pavinato che si
rialza, ma non sul campo, bensì sulla pista d'atletica, un posto dove i
calciatori di solito non vanno mai, mentre Julinho lo aspetta sulla linea del
fallo e lo guarda soddisfatto, ma con l'espressione seria e triste che lo
caratterizzava, quello sguardo calmo e serio sopra un naso e dei baffetti che hanno solo i croupier e le ali destre anni '50
.
"A quel punto" - riprende -",
l'allenatore del Vicenza, che allora si chiamava ancora Lanerossi,
si alza dalla panchina e si rivolge a Bernardini
perché faccia cessare quella mattanza.
Era un altro calcio, un calcio nel quale non c'erano le sostituzioni e l'unico
modo per sottrarre Pavinato a quello scempio era
l'intervento di Fulvio Bernardini"- conclude senza dar segni che adesso che si può cambiare
mezza squadra le cose gli appaiano migliori; spegne la sigaretta e mi prende
sottobraccio e continua- "Un
intervento, autorevole, che arriva subito, proprio perché quello è un altro
calcio, e basta un cenno di "Fuffo" perché
Julinho esca di partita, passando la palla sempre di prima senza più torturare
il povero Pavinato.
Questa, caro mio, è la storia di quella foto.
La storia di Julinho sarebbe più lunga e chi non l'ha visto non
può credere quanto fosse formidabile, vinse quello scudetto e se fosse rimasto
forse ne avrebbe vinto qualcun altro, ma adesso questo
non conta più"-
Uscimmo da quel luogo incantato entrando nella
primavera di Firenze col rumore del vento che muoveva le foglie che sembrava il
brusìo lontano di un pubblico in festa.
E' così che mi hanno disegnato il mito di Julio
Botelho, detto Julinho; un mito non può non avere
contorni sfumati, se no che mito sarebbe.
Leggerete altrove ricordi più dettagliati e migliori del mio,
degni di un grande calciatore che non fu Campione del
Mondo solo perché aveva lasciato prima la sua maglia sulle spalle di Garrincha, che non è come "perdere il posto in
nazionale".
Adesso Julinho e Garrincha si ritroveranno assieme e
due ali così non le hanno mai viste neppure fra gli angeli.